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sabato 28 dicembre 2013

SINTASSI DELL'ILLUMINAZIONE - SECONDA PARTE





"yogo bhogāyate sākshāt duṣkṛtam sukritāyate 
mokṣāyate hi samsārah kauladharme kuleśvari" 
 (Kulārnava Tantra) 

Per il Tantrismo lo Yoga è godimento sensuale [yogo bhogāyate] e il piacere trasforma il mondo empirico, l'esistenza terrena, in un luogo di liberazione.
Per chi è abituato a pensare allo Yoga  come distacco e controllo delle passioni suona strano assai, ma se studiassero i primi canti dei Veda e le prime Upanishad si scoprirebbe che la realizzazione è la comprensione dell'identità di Essere e Divenire, di Nirvana e Samsara, diversi tra loro "come il mare e l'onda".
La natura dell'essere umano è ānanda, beatitudine suprema, che coincide con la libera comunicazione tra ambiente interno (CITTA AKASHA) e Universo (MAHA AKASHA), ma c'è un qualcosa, un blocco, un limite una specie di peccato originale che ci impedisce di vivere pienamente.
Al di là di tutte le teorie e le interpretazioni psicologiche e filosofiche, ciò che ci impedisce di "indossare" la vita terrena con la "dignità" che ci spetterebbe, è un errore di sintassi.





Sto parlando, dal mio punto di vista di yogin nato in occidente, sia di errori dovuti allo sviluppo, contemporaneo e interdipendente della società e dell'immaginario collettivo, sia di errori banali di interpretazione dei testi vedici.
Il linguaggio dello Yoga (e dell'Arte) è quello dei sogni e delle coincidenze significative;
si basa sull'intuizione e procede per analogie e balzi improvvisi senza tener conto delle categorie di spazio e tempo.
Il riferimento ultimo è l'universo e le lettere originarie dell'alfabeto universale sono le forze primarie della creazione: il Fuoco, l'Acqua, la Terra, il Vento e lo Spazio che tutto contiene.
Ognuna di queste forze o energie è a sua volta una rappresentazione artistica di vibrazioni o note musicali che vengono riconosciute come modificazioni della vibrazione primaria, ciò che chiamiamo .
Energia allo stato puro, incontaminata, libera, "A-MORALE" e "A-LOGICA".
Le leggi umane, gli schemi di interpretazione, le categorie che crediamo eterne e assolute, nascono dopo, con la civiltà, e danno a questa energia A-MORALE e A-LOGICA una connotazione ora positiva ora negativa. 
L'acqua che ci disseta e rinfresca nell'afa estiva è la stessa che devasta i nostri campi.
Il fuoco che rallegra e riscalda è lo stesso che riduce in cenere le nostre case e i corpi dei nostri cari.
La natura non segue le nostre leggi, non rispetta né l'individuo né le relazioni grazie alle quali l'individualità prospera e trova giustificazioni alla sua stessa esistenza e questo per l'essere umano civilizzato è destabilizzante.
Non si tratta di un processo recente: le continue lotte tra Asura e Deva di cui abbonda la letteratura vedica testimoniano che si tratta di dinamiche antiche ed irrisolte.


 A prescindere dalle eventuali corrispondenze storiche (per alcuni i Deva sarebbero gli invasori Arii e gli Asura le popolazioni originarie dell'India) le epiche battaglie tra "Angeli e Demoni" narrate dai poeti indiani ci raccontano gli sforzi dell'uomo civilizzato di controllare e indirizzare le energie della natura, tentando di porsi, così, al di fuori della Natura stessa.
La parola āsura, o asura che nella nostra cultura figlia del dualismo platonico e cristiano, viene tradotta con demone, demoniaco, infernale, in principio significava "divino" e indicava, anche, il sole.
Gli Asura sono le forze della Natura, figli e manifestazioni della Dea senza nome.
Sono coloro che "esistono" (ASte), "sono", "rimangono", a prescindere dalle idee e dalle vicende umane.
Sono fuori di noi e, assieme dentro di noi.
Anzi rappresentano il nucleo fondamentale, il seme di ciò che chiamiamo vita.
Nel profondo del nostro animo, nelle acque limacciose dell'inconscio, dormono le forze primarie della natura: Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Spazio.
Forze meravigliose e spaventose assieme.
Le costruzioni della mente umana, i legami familiari, sociali, culturali, sono le catene con cui cerchiamo di imprigionarle.
Qualche volta emergono in superficie e sbocciano come stelle luminose nell'animo degli artisti o degli innamorati, generando pura Bellezza.
Le melodie che innalzano lo spirito, i tratti di pennello che rapiscono il cuore, i baci che rinnovano il desiderio sono sempre il riflesso dell'infinita potenzialità creativa delle forze primarie dell'Universo.
Altre volte, quando tentiamo con troppa foga di tenerle a bada, le forze della natura esplodono in forma di  Odio e Rabbia, Invidia e Gelosia, Brama  di Possesso, Orgoglio e Presunzione, Ignoranza.
Sono queste le emozioni negative, i cinque veleni che l'India induista e buddista ci ha insegnato a riconoscere nelle cinque teste di Shiva o nei cinque Dhyani Buddha.
L'Odio  è l'elemento Acqua così come l'Invidia è l'elemento Aria, la Brama il Fuoco, l'Orgoglio, la Terra e l'Ignoranza lo Spazio.
E così come l'Amore è il padre di tutto ciò che è Bellezza e Armonia, i Cinque veleni vengono generati dalla PAURA.
La paura dell'Ego che si sente minacciato da tutto ciò che ha il sapore dell'Universale e dell'Eterno.
I maestri dei Veda lo sapevano, conoscevano i segreti dei moti psichici e la loro simmetria con i moti universali.
Hanno assistito al desiderio dell'essere umano di crearsi dei limiti, costruendo case, città, comunità legate da comuni tratti somatici o da leggende nate attorno ai focolari nelle notte d'inverno e, consci dei pericoli insiti nello mitizzazione della personalità individuale (che trae dalle forze primarie gli aspetti più nefasti), hanno messo gli Asura, le forze della natura, al di là dei confini, nelle foreste e nelle notti popolate da bestie, gnomi e spiritelli alati.
Gli Asura vengono cacciati dalle città, ma i nuovi dei, ingioiellati e ben vestiti, non erano sufficienti a garantire la felicità, la beatitudine suprema che di diritto spetta all'essere umano e così ad indicare la via della Liberazione viene messo, [sia nell'induismo che nel buddhismo sotto forma di Mahakaal] Shiva, il distruttore, il danzatore sacro che anela a null'altro che ad unirsi con la Grande Dea.
Shiva, tra gli dei dell'olimpo vedico, è l'unico a non aver casa. va in giro nudo (coperto appena da un perizoma di pelle di tigre) si adorna di serpenti in guisa di gioielli, beve in un cranio svuotato, fuma marijuana: è un Asura e, insieme, il dio supremo (Shiva Hara) che insegna agli esseri umani lo Hatha Yoga.
Shiva è il DIO OLTRE I CONFINI.



Ma torniamo agli errori di sintassi e  di comprensione.
La liberazione di cui si parla nello Yoga coincide con la libera comunicazione tra "ambiente interno e ambiente esterno".
La pratica yogica sarà quindi la via per rimuovere i blocchi psicofisici che impediscono la comunicazione.
Per rimuovere questi blocchi bisogna prima imparare il "linguaggio degli Dei".
Un linguaggio che è dentro di noi, sommerso nelle acque dell'inconscio.
I simboli con cui si esprime sono i riflessi delle energie primarie, basterebbe dare un'occhiata, in teoria, ma le sovrastrutture culturali si sono accumulate al nostro interno nascondendo sotto gli strati dell'immaginario collettivo i segni originari.
Nell'inconscio dell'uomo comune Totti o Belen Rodriguez sono simboli più vivi e attivi di Shiva e Parvati, ed il ripetere i nomi del Nataraja e della sua sposa, o mostrarne le effigi non sarà certo sufficiente a risvegliare le coscienze.




Se l'Illuminazione è la totale comunicazione e la conseguente identificazione con l'Universo e se la comunicazione avviene  in tre fasi, SINTASSI-COMPRENSIONE-PRAGMATICA, noi non avendo modo di riconoscere il linguaggio yogico, rischiamo di fermarci alla prima fase, sguazzando tra simboli senza vita e sepolcri imbiancati. 
A meno che, come dicono alcuni, non ci affidiamo alla Tradizione, ovvero agli insegnamenti di maestri e istruttori che si rifanno, o dicono di rifarsi, ai Veda. 
Paradossalmente spesso i problemi veri cominciano a questo punto. 
Visto che la cultura dominante (termine trito e ritrito, diciamo quello che piace alla maggior parte delle persone) è basata sull'apparire, i nuovi/vecchi maestri tradizionali vedono come negativo o non importante  tutto ciò che rientra nella sfera del sensibile.
L'esperienza del godimento sensoriale diventa un limite alla conoscenza e ciò che riguarda la passione e il desiderio viene (non sempre ma quasi) catalogato come inutile, dannoso, negativo.
Se bisogna guardare al nostro interno, dicono costoro, è meglio distaccarsi da tutto ciò che è "esterno".
A pelle questo dualismo tra spirito e materia, tra corpo e anima non mi è mai piaciuto.
Il rifiuto del corpo, considerato un inutile sacco pieno di sangue, urina e feci da molti dei miei conoscenti buddisti, neo advaita o neoplatonici mi è sempre suonato stonato come una campana di latta.
E quando hanno cercato di convincermi citando le parole dei maestri del passato, da Buddha a Shankara a Ramana Maharishi, ho sempre storto un po' il naso.
Visto che tutti coloro che, nello yoga, si pongono come Maestri illuminati o discepoli di maestri illuminati, si rifanno (o dicono di rifarsi) ai quattro libroni dei Veda mi sono rivolto a quelli.
Ho letto poco, per adesso, ma quel poco mi ha fatto sorgere una domanda: 
i maestri che parlano di corpo come tomba dell'anima e di yoga come distacco dal godimento sensuale hanno mai letto i veda?


Ciò che io ho trovato sconvolgente e straordinario probabilmente in chi non ha il mio stesso interesse per la filosofia vedantica non sortirà gli stessi effetti. provo comunque a spiegarmi nella maniera più chiara possibile.
 In quarant'anni di studio e pratica dello yoga ho preso confidenza con una serie di termini e concetti come Manas, Buddhi, Jnana ecc. considerati fondamentali per la comprensione dello yoga.
In particolare Manas, o meglio la sua sospensione o il suo annichilimento è la chiave di volta dell'architettura yogica.
Prendo il Glossario sanscrito  delle edizioni dell'Ashram Vidya:

Manas: [...] mente individuata ed empirica, dotata di capacità razionale analitica[...] coscienza empirica, il pensiero individuato di ordine formale.

Il manas sarebbe quindi un qualcosa che appartiene all'individuo e che è responsabile della visione soggettiva del mondo. Vediamo che ne dicono i Veda:

nāsadāsīyasūkta 4 (RV, X, 129)

"kāmas [...] manaso retaḥ prathamaṃ

ovvero "la prima cosa ad essere generata dal manas fu kāma".



Il nāsadāsīyasūkta è l'inno vedico della creazione.
Descrive l'Oceano nero di prima dell'inizio, senza giorno né notte, senza morte né immortalità. Una immensità A-LOGICA racchiusa nello "SPAZIO ESIGUO DEL CUORE UMANO"!
Ad un tratto senza un come e un perché in quell'oceano si riversa il desiderio, kāma, la prima cosa ad essere generata dal manas che non è come comunemente si crede, la mente, ma è il nucleo delle emozioni primarie.
L'universo dei veda nasce nel cuore dell'uomo dal turbinio della passione e del desiderio.
C'è una connotazione emotiva che accompagna tutte le fasi della creazione e che, quindi, non può non accompagnare la via a ritroso dello Yoga.
Una via costellata di stupore e meraviglia, scandita dai samadhi, gli stati estatici comuni agli yogin, agli artisti e agli amanti.
Per comunicare con l'universo bisogna essere capaci di liberare le emozioni e di riversare il desiderio dentro di noi e fuori di noi, nei nostri pensieri  e nelle nostre azioni.
Le lettere dell'alfabeto della creazione sono le emozioni che producono la spinta al godimento sensoriale e da questo vengono nutrite: senza Bogha (o godimento sensoriale) non c'è Yoga e senza Yoga non c'è Bogha.






domenica 22 dicembre 2013

LA SINTASSI DELL'ILLUMINAZIONE [ prima parte]



La comunicazione, tra esseri umani avviene in tre fasi:

Sintassi, Semantica e Pragmatica.

La sintassi è la definizione di un linguaggio comune. 

La semantica è la comprensione del significato delle singole parole, delle catene di parole, di ciò che si nasconde dietro le parole.
La pragmatica è il fine, il risultato.
Nella comunicazione il fine deve essere la trasformazione di uno stato.
Se sono tranquillamente seduto sulla panchina di un parco e X mi avverte gentilmente che sta cadendo un ramo sulla mia testa, cambio il mio stato fisico e mentale.
Se X non dicesse niente il ramo mi colpirebbe e magari mi spaccherei il cranio.
In senso stretto X comunica con me sia che mi avverta sia che non mi avverta.
La prima fase della comunicazione è la sintassi, ovvero la ricerca di un linguaggio comune.
Se non c'è un linguaggio comune il dialogo, le forme con cui il dialogo si sviluppa, i fenomeni di cui si tratta vengono ammantanti di mistero

Dove c'è mistero c'è possibilità di una serie di interpretazioni diversissime tra loro che possono innescare delle spirali di pensiero centripete.
Faccio un esempio (tratto da "Pragmatica della Comunicazione umana" di P.Watzlawick.... ed. Astrolabio): 


"In una zona del Canada del Nord il numero delle volpi aumenta 
e diminuisce con una periodicità degna di attenzione. 
La popolazione raggiunge la punta massima in un ciclo di quattro anni, 
poi declina fino alla quasi estinzione, e infine comincia a risalire. 
[....] non c'è nulla che spieghi tali cambiamenti, 
né nella natura della volpe né in quella di tutta la specie."


Da cosa dipende la ciclicità? 
È un qualche segno interpretabile solo da sciamani nativi americani? 
È dovuta alla legge dei grandi numeri e quindi al caso?
Dipende dal karma delle volpi? 
L'aumentare ed il diminuire ciclico della popolazione delle volpi in quella particolare zona resta un mistero fin quando qualcuno non ha l'idea di accostare i dati relativi alle volpi con quelli dei conigli selvatici la cui popolazione diminuisce quasi fino all'estinzione in corrispondenza del picco della popolazione delle volpi per poi aumentare al diminuire del numero di queste. 
Si scopre così che, in quella zona, le volpi si cibano quasi esclusivamente di conigli selvatici.
Quando le volpi aumentano non ci sono conigli sufficienti per tutte, i conigli rasentano l'estinzione, e le volpi cominciano a morire di fame e a fare meno cuccioli ecc. ecc.
Si tratta di un esempio apparentemente sciocco, ma interessante.
La lezione che se ne trae è che: 

"[...]un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto in cui il fenomeno si verifica
Pare di un'ovvietà, l'ennesima scoperta dell'acqua calda, ma può essere fonte di riflessioni interessanti.
Il Mistero sussiste fin quando non lo si comprende.
Il contenuto di uno scrigno di metallo è misterioso fin quando non si ha la chiave e non la si usa. 



Quando si insegna, si scrive, o si discute di Yoga o di "Filosofia Realizzativa" abbiamo il fine più o meno dichiarato, di avvicinare noi stessi, gli allievi, gli interlocutori alle testimonianze di Maestri come Buddha, patanjali, Shankara, Ramakrishna, Ramana Maharishi che affermano di aver realizzato lo stato del "senza angoscia", di aver superato quell'ansia di incompiutezza che ci impedisce di vivere la vita pienamente, realizzando lo Stato Naturale, o Sahaja

Sahaja è "COMUNICAZIONE TOTALE".
In "termini tecnici" è lo stato in cui lo spazio interno Citta Akasha (ciò che chiamiamo a volte mente, a volte interiorità, a volte individualità) scambia liberamente energie con lo spazio esterno Maha Akasha (l'ambiente, l'universo intero) fino a far realizzare l'identità tra "ambiente interno" e "ambiente esterno", detta Cit Akasha o "infinito spazio senziente". 
Ciò che impedisce di accedere allo stato naturale è una serie di blocchi psichici, o vritti, o atteggiamenti della mente che conducono l'individuo in una spirale centripeta o spirale nevrotica, fonte di dolore, paura, rabbia.



Tutti gli insegnamenti dello yoga si possono ridurre ad una sola frase: "imparate a comunicare con l'Universo".
Bisogna imparare ad ascoltare, ad aprirsi per lasciar fluire pensieri, emozioni e desideri fino a scoprire, con stupore, che la loro natura è la stessa del vento e del fuoco e che gli occhi non brillano come stelle: sono stelle. 
Il messaggio è semplice, ma ci dice solo il cosa.
Come si fa a comunicare davvero con l'Universo?
E perchè non riusciamo a farlo, visto che è uno "Stato Naturale"?
La comunicazione , si è detto, avviene in tre fasi:

1) SINTASSI=Ricerca di un linguaggio comune.

2) SEMANTICA=Comprensione

3) PRAGMATICA= Risultato.
.
Se non si supera la prima fase, la ricerca di un linguaggio comune, l'accedere alle fasi successive è, ovviamente impossibile.
Nello Yoga si fa uso, spesso, di una lingua particolare quello che Ugo di san Vittore e Dante definiscono "Linguaggio Allegorico".

Ci sono quattro linguaggi diversi corrispondenti a quattro diversi mondi o stati di coscienza.
Il primo, o linguaggio letterale, è legato alla coscienza di veglia, il secondo, o linguaggio allegorico, al sogno, il terzo, o linguaggio morale, al sonno profondo e il quarto, o linguaggio anagogico, allo stato indefinibile che racchiude e trascende gli altri tre, detto, in sanscrito, Turiya
Il linguaggio allegorico è quello "degli dei", dei miti, dei sogni e delle coincidenze significative, una specie di gergo tecnico dello Yogin e dell'Artista. 
La SINTASSI della comunicazione con l'Universo è l'apprendimento dell'ABC del linguaggio allegorico (stato di sogno o Taijasa): occorre prendere confidenza con i "fili" che legano gli eventi del quotidiano ai moti psichici e alla danza delle energie cosmiche (i moti cosmici: le stagioni, le orbite planetarie...).
La COMPRENSIONE è lo svelamento della "tessitrice" ovvero della Legge che regola le dinamiche del microcosmo e del Macrocosmo (linguaggio morale, stato di sonno profondo o Prajna).
La PRAGMATICA è infine la realizzazione del Quarto Stato Coscienziale.

-fine prima parte-continua....