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venerdì 8 novembre 2013

LO YOGA DEI VERMI

Nei forum di yoga, nelle conferenze e negli stage in cui si parla di advaita vedanta, si discute spesso di jnana yoga, karma Yoga e di differenza trai vari "marga". A volte vecchi e nuovi "esperti" di Shankara  azzardano anche delle interpretazioni, brillanti o bizzarre delle upanishad o della bhagavat gita.
Mi sembra una cosa buona e giusta, però vorrei però mettere in evidenza  il problema del linguaggio...




 
Vedete io lavoro sul corpo, pratico e insegno da quarant'anni e, naturalmente, sono molto più a mio agio con articolazioni, muscoli, sistema respiratorio che con le disquisizioni filosofiche basate sui testi ( o sulle interpretazioni dei testi fatte da altri...).
Però dal 1996 al 2006 ho studiato con molta attenzione (direi con devozione) i testi buddisti (soprattutto del buddismo tibetano) e dal 2006 al 2012 sempre con molta attenzione (devozione, direi anche in questo caso) ho studiato i testi dell'advaita vedanta. 
Per evitare inutili polemiche e non generare altrettanto inutili discussioni, dirò che non sto parlando di iniziazioni, insegnamenti diretti ed esperienze non ordinarie. 
Vorrei parlare di testi e di parole scritte con altre parole scritte. 
Quello che credo di aver capito in questi anni di studio approfondito è che c'è una certa confusione sul significato dei concetti di karma o jnana o vidya  dovuta ad un mutamento di significato, forse voluto, forse casuale, delle parole chiave. 
Questo karma yoga di cui si parla spesso ad esempio, è karma yogakārma yoga? Sarebbe meglio controllare nei testi antichi, translitterati in IAST o ASCII, perché, anche se kārma (con l'accento diacritico= AA) può essere considerato un aggettivo relativo a karma (azione, attività) e, quindi, essere tradotto con laborioso, pare (ovviamente potrei sbagliare...ma ne dubito) che per gli autori dei testi antichi avesse altri significati tra cui (ho preso la definizione da un dizionario online, Spoken Sanskrit così chi vuole può verificare facilmente) "appartenente ad un verme" (kṛmi). 

Lo "yoga del verme" sarebbe lo yoga dei riti, nei quali l'officiante deve compiere "azioni esteriori" (sacrifici, recitazione di mantra, mudra, canti) e contemporaneamente applicare le "kriya" ovvero le "azioni interiori" tese a smuovere le energie visualizzate come "fluidi con la stessa densità del mercurio del termometro" (un immagine che usavano Satyananda e Shivananda), vermi, insomma. 
Chi volesse verificare può cercare chandogya upanishad III,1, 4 - VI, 10, 1 e seguenti. 
In quel testo si parla con dovizia di particolari delle kriya (kriyāvantaḥ e kriyāvān) intese come le tecniche di "sacrificio interno" necessarie per giungere all'identità con lo yākṣa brahman secondo gli insegnamenti dell'unico ṛṣi cioè kaśyapa
Troppo cervellotico e difficile da capire? Probabilmente si, ma credo sia interessante approfondire. 
Gli yākṣa sono gli spiriti che gestiscono i segreti della terra (come gli gnomi e i folletti...) e kaśyapa non è proprio un sacerdote o un veggente, ma è Acharya Canada il più grande scienziato del primo millennio a.C., colui che ha teorizzato e misurato la forza di gravità 2.600 anni prima di Galileo. 




Non so se avete idea di cosa possa significare, ma se si mettono insieme: 
1) Il Brahman degli spiriti della Terra; 
2) la forza di gravità. 
3) i vermi (fluidi corporei e non solo) che vengono (
4)"sacrificati" per entrare in identità con il brahman degli spiriti della terra, viene fuori un'idea del karma yoga un pochino diversa da quella che ne abbiamo e di cui, di solito, parliamo. 
Karma Yoga è diventato per noi lo yoga del "lavorare senza attendersi frutti" mentre per i testi vedici era esattamente il contrario: lo yoga delle "tecniche per ottenere dei frutti". 
Lo slittamento semantico, il cambio di significato di una parola o di un concetto, è una cosa abbastanza normale. 
Vagina ad esempio, significa fodero, ma se vado da una ragazza con un coltello e le dico che bisogna infilarlo nella vagina non credo la piglierebbe troppo bene. 
La parola ha cambiato significato. 

Ciò non toglie che, se trovassimo un testo in latino in cui la parola vagina viene utilizzata propriamente nel senso di fodero di un pugnale o di una spada, e traducessimo con "organo sessuale femminile" saremmo degli idioti. 
Giusto? 
Ben vengano le discussioni su jnana yoga e karma yoga tra vecchi  e nuovi esperti di  advaita vedanta ( tra parentesi: Shankara non dice da nessuna parte che la sua filosofia è advaita vedanta, lui la chiama uttara mimansa o mayavada....) ma facciamo attenzione a non mescolare i significati che diamo adesso a quelle parole con quelli che avevano all'epoca in cui sono state scritte le upanishad, se no si rischia di far la figura di quelli che traducono fodero con vagina o fischi con fiaschi.

venerdì 1 novembre 2013

MA COSA VUOL DIRE ADVAITA?

A volte leggo e sento delle cose bizzarre sull'advaita vedanta. Alcuni lo trasformano in una specie di nichilismo idealista, per cui niente di ciò che si vede e si tocca ha esistenza propria, tutto è un'illusione ecc. ecc. Altri, suggestionati forse da alcune teorie del buddismo theravada, considerano il corpo un inutile involucro pieno di sangue, urina e feci e finiscono per  trasformare la filosofia di Shankara, in una specie di regno della logica contrapposto al mondo della materia, brutto sporco e cattivo.


Credo che si dovrebbero considerare alcuni punti essenziali che sfuggono, talvolta, allo studioso o al "simpatizzante" occidentali.
Advaita vedanta è la filosofia del "non due".
Non si tratta di discriminare ciò che è non reale da ciò che lo è e non c'è un "uno" contrapposto ai molti.
L'Advaita Vedanta è al di là del numero e delle qualità.
Nel riportare le parole, spesso intraducibili, di Shankara si creano definizioni anche belle, ma non esattissime che generano interpretazioni tanto suggestive quanto campate in aria.
Advaita innanzitutto è, per lo yoga, uno stato o meglio una delle possibilità dell'essere umano nel suo divenire (tanto per citare Guenon), e questo stato viene reso in italiano con le parole "coscienza eterna e onnipervasiva". 

Onnipervasiva significa che pervade ovvero che entra/penetra/fa parte di ogni cosa. 
Coscienza significa che c'è un qualcosa che sa di esistere ed è in grado di conoscere (quindi tra virgolette di "discriminare"). 
Eterna vuol dire che è al di là del tempo e tutto ciò che è al di là del tempo, per noi, è A-Logico. Possiamo ripetere le parole "eterno", "infinito" o "onnipervasiva" milioni di volte, ma non riusciremo mai a comprendere veramente cosa significano, perché la mente umana non è attrezzata per farlo!
Per noi  esiste solo ciò che ha un inizio ed una fine, e possiamo conoscere solo qualcosa che è diverso da noi o diverso da qualcosa che già conosciamo.
Non è colpa nostra! La nostra mente è fatta così. Questo significa che non abbiamo la minima possibilità di capire cosa sia Advaita. Possiamo leggere tutti i libri del mondo, ma se non scopriamo come modificare prima la nostra "tecnica del pensare" e poi la nostra mente, non caveremo un ragno dal buco.
Tutto ciò che è percezione dipende dalla mente che, anche se confondiamo i termini, è cosa diversa dalla coscienza.
Per l'advaita vedanta la mente è "una forza inconscia" che limita (apparentemente) la coscienza illimitata, ma questa forza inconscia è una espressione della Dea.
Per essere più chiaro: non è che il corpo o un qualsiasi fenomeno fisico (rupa, artha) siano illusori o siano più o meno reali dello spirito, delle idee, dei pensieri (nama, shabda), per Shankara, non hanno esistenza propria nel senso che sono "causati" da qualcosa d'altro.
Shankara dice che c'è la possibilità di riconoscersi/realizzarsi/identificarsi in quel qualcosa d'altro, nella causa prima, o "causa incausata" [per usare una definizione che piace ai filosofi e fa incazzare tutti gli altri].
Beh! non è, per quel che ne so, che Buddha Shakyamuni o Lao Tsu dicessero cose tanto diverse, ma questo non è importante, adesso. 
Torniamo all'advaita. Né Shankara, né nessuno dei suoi allievi ha mai definito illusorio un fenomeno: è l'identificazione che non è reale, non la mente o il senso dell'ego o il corpo in sé.
La pratica dell'Ishtadevata (che fa parte del sadhana advaita ) consiste nel limitare la "coscienza eterna ed onnipervasiva" di cui si parlava prima in una statua, un dipinto o un'immagine creata dalla nostra mente.
Ora, diciamocelo, pensiamo davvero che gli yogin e i preti che fanno le puja alle varie divinità siano dei deficienti? Pensiamo che un essere umano di intelligenza media possa veramente credere che Dio, "quel" Dio, l'Assoluto, infinito ed eterno creatore possa essere rinchiuso in una statuetta di bronzo? Si tratta di un gioco, di un trucco per la mente: se riesco a farle credere che in quella statuetta c'è la divinità nella quale (mi hanno detto) deve identificarsi, piano piano realizzerà la possibilità di non essere identificata con il corpo, con le emozioni ecc.
Limitare la coscienza assoluta in una immagine di Vishnu o nella mente del singolo è esattamente la stessa cosa...
Questo non significa che l'immagine di Visnu o la "mia"mente non esistano. 
Discriminazione, per Shankara, consiste nel comprendere che non c'è differenza tra l'oggetto percepito e colui che percepisce: guardo l'immagine di Vishnu e utilizzo delle tecniche (mantra, asana, mudra, dhyana) per identificarmi con "quel" Vishnu.
"Discriminazione", se si parla di advaita vedanta, non è una facoltà della mente, ma un allenamento, un esercizio che serve a preparare la trasformazione" della "tecnica del pensare" e della mente. Non c'è un qualcosa che sia più reale di qualcosa d'altro. Il sadhana advaita passa attraverso il riconoscimento della non realtà delle identificazioni e delle differenze, attraverso l'identificazione e la differenza .
L'occidentale è  molto affezionato alla propria mente ed al proprio ego.
Spesso li santifica. Q
uando entra i contatto con le discipline orientali tende, all'opposto, a disprezzarli e a demonizzarli. Non so perché accada. Di certo so che la demonizzazione del corpo, dell'io o della mente non hanno niente a che fare con Shankara e l'advaita vedanta.
Il concetto fondamentale del "monismo shankariano" è che non c'è differenza tra nome e forma, tra nome e nome e tra forma e forma
Forma e nome sono reali ed esistono sin dal momento in cui uno pensa "io sono".
Credere che la "discriminazione di cui si parla nello yoga, sia l'azione di un io percepente che discrimina tra oggetti interni od esterni scegliendo quello che è più reale o meno reale" è un errore  Discriminare significa comprendere l'illusorietà delle differenze, non l'illusorietà dei fenomeni.
L'energia che mi spinge a comprendere un sutra di Shankara è la stessa che mi porta a leggerlo ed è la stessa che mi porta a fare la cacca.
E l'odore della cacca viene percepito esattamente grazie alla stessa energia.
Ci sono tecniche indo-tibetane o taoiste per ascoltare e percepire in maniera sempre più sottile il processo delle funzioni evacuatorie. 
Hanno la medesima rilevanza e la medesima potenzialità delle tecniche per ascoltare e percepire in maniera sempre più sottile l'insorgere del pensiero e delle emozioni.
Non importa l'azione in sé quanto la qualità dell'azione.

lunedì 28 ottobre 2013

IL MAI NATO

AJATI VADA


Le due dottrine (dell'Emanazione e dell'Evoluzione, vedi PARINAMA E ARAMBHA sono entrambe sensate ed hanno una loro validità.
Hanno anche il merito di essere legate al concetto di spazio e tempo.
L'aspirante filosofo che si avvicina al Vedanta Advaita può fare i conti con categorie conosciute, familiari e questo lo aiuta a comprendere.
La quasi totalità delle teorie filosofiche e dei marga (sentieri) di cui si legge e si parla, fanno riferimento ad una delle due dottrine o ad una combinazione delle due.
Chiunque affermi che il Corpo è il Tempio di Dio segue gli insegnamenti del pariṇāma vāda.
Chiunque affermi che il Corpo è la tomba dell'Anima segue gli insegnamenti dell'āraṃbha vāda.
Aurobindo tenta di coniugare la teoria dell'emanazione con la teoria dell'evoluzione e parla di un'evoluzione fisica dell'uomo che accompagna l'evoluzione spirituale : Dio/Centro sarebbe alla fine di un percorso che non è teso a mostrare che il divenire è sogno ma a "sacralizzare " il mondo grossolano trasformando l'umanità in un consesso di ESSERI DIVINI.
Plotino tenta di coniugare la concezione orfica della vita sogno sognato da un 'ombra con la dottrina dell'Emanazione.
Entrambi hanno realizzato (secondo ciò che hanno detto e scritto) la via di cui parlano.
Entrambi hanno lasciato delle indicazioni per poter seguire il percorso da loro indicato.
nessuno dei due, secondo me, è completamente convincente.

SE IL CORPO E' EMANAZIONE DELLA DIVINITÀ' PERCHÉ' SI PARLA DI TOMBA DELL'ANIMA?

Ci sarà un INIZIO, un qualcosa che c'era prima e che sperimentava la libertà assoluta e ci sarà una FINE, un dopo, un qualcosa che sperimenta la schiavitù del corpo fisico e che può discriminare tra quel prima, permeato di beatitudine, e quel dopo intriso di dolore e sofferenza.

SE INVECE L'UOMO E' IL PRODOTTO DI UNA CONTINUA EVOLUZIONE ED OGNI RI-NASCITA o RE-INCARNAZIONE è il punto di partenza, l'inizio di UN QUALCOSA COME SI FA A PENSARE AD UNA FINE?

Bisognerebbe considerare una qualche FINE DEL TEMPO, ma a quel punto bisognerebbe postulare anche  un INIZIO DEL TEMPO.
L'evoluzione sarebbe quindi una linea retta delimitata da due punti.
Sarebbe limitata nello spazio e nel tempo.
Per la teoria dell'Emanazione il prima è PIÙ qualcosa del dopo.
E' migliore.
Per la teoria dell'Evoluzione il dopo è PIÙ qualcosa del prima.
E' migliore.
Non c'è bisogno di aver studiato filosofia per comprendere che dove si parla di delimitazioni spazio temporali e di differenze qualitative si è nel campo del Dualismo.
Anche se si parla, con convinzione , di non dualismo, di samadhi nirvikalpa, di Uno (o Zero) metafisico, di Brahman Nirguna si rimane nel perimetro della contrapposizione.Pariṇāma vāda o teoria dell'EMANAZIONE e āraṃbha vāda o teoria dell'EVOLUZIONE sono entrambe valide ed entrambe, in fondo, facilmente comprensibili perché in entrambe le dottrine sono implicite le categorie di spazio e tempo.
Il sadhana realizzativo, in entrambi i casi, può essere rappresentata da una linea retta:
Nel primo caso (pariṇāma vāda) si può immaginare il raggio che dalla periferia conduce al centro di una sfera.Nel secondo (āraṃbha vāda) si può immaginare la linea che conduce dalla base al vertice di una piramide. 
Che il percorso sia esso accidentato, a zig zag o a spirale, vi saranno due punti di riferimento ovvero un'inizio ed una fine.
Può qualcosa che dipende dal Tempo e dallo Spazio venire definito Assoluto?
La mente secerne pensieri.
I pensieri sono quadri immagine.La percezione della vita come la intendiamo noi dipende dall'ordine in cui i quadri/immagine vengono allineati.
L'ordine è un ordine geometrico.
E la geometria è la misura del mondo.
L'uomo utilizza delle coordinate spazio-temporali per poter conoscere.
Se vuole conoscere significa che non conosce.
Se voglio risolvere un problema matematico evidentemente significa che non conosco la soluzione.
Entrambe le dottrine filosofiche pongono l'uomo come OGGETTO DELLA MANIFESTAZIONE, e la massima aspirazione dell'uomo sarà quella di farsi SOGGETTO, di cercare l'identità o l'unità o la vicinanza con il SOGGETTO CREATORE. Gaudapada e Samkara parlano di una terza dottrina che non si pone in contrasto con le altre, ma le integra: ajati vāda, "lo Yoga che è temuto anche dagli Dei".
Solitamente ajati viene tradotto con NON-NATO, INCREATO per cui ajati vāda starebbe per DOTTRINA DEL NON NATO.
Questo perché jāta significa nato, nascita, creatura, bambino per cui la "A"privativa gli darebbe il significato di NON NASCITA, NON CREATURA,NON NATO.
Jāti, con la "i", a sua volta significa discendenza , famiglia, specie, per cui il significato di  ajati sarebbe NON DISCENDENZA.
L'Essere dell'AJATI MARGA sarebbe colui che non discende da altri.C'è però un dettaglio, marginale, forse, che ho notato: जाति jāti è parola con una doppia "A" (la lettera ā) dopo la J mentre अजति ajati è parola con una A semplice dopo la J.
In sanscrito esiste anche la parola अजति ajati derivante dalla radice अज् aj che significa gettare, lanciare , tirare.....
Quindi ajati vāda, potrebbe anche significare DOTTRINA CHE TI LANCIA, CHE SPINGE, CHE TIRA come se fosse un arco che lancia una freccia.
La freccia potrebbe essere l'uomo, il bersaglio il Brahman.
La differenza sostanziale (se di differenza si vuole parlare, tra ajati vāda e le altre dottrine consiste nella concezione della realtà fenomenica.
Per le altre correnti filosofiche Il divenire è o realtà assoluta (L'Essere è il divenire) o illusione (il divenire è NON ESSERE) per cui l'uomo può decidere se osservare lo scorrere della vita o immergersi nel suo flusso.
Per l' ajati vāda la manifestazione è APPARENZA FENOMENICA.
Non è né reale né irreale.
Ma dipende della percezione e dalla ricostruzione che della percezione fa la mente umana.
Può sembrare differenza di poco conto.
In realtà sancisce il passaggio dall'uomo OGGETTO della manifestazione a uomo SOGGETTO della manifestazione.
Il mondo appare così perché la mia mente lo vede in tal modo.
Ma ciò non significa che ciò che vede non esista: e'la percezione stessa a renderlo Reale.
Se guardo una goccia d'acqua con gli occhiali da sole avrò una certa percezione della goccia d'acqua.
Diversa percezione la avrò se guardo senza occhiali.
Diversa ancora apparirà la goccia se la osservo con un microscopio.
Se vedo gli elettroni la molecola forse scompare?
Se vedo la molecola gli elettroni scompaiono?
Se guardo la goccia ad occhio nudo elettroni e molecole forse scompaiono?
Chi potrebbe affermare che gli elettroni sono più veri o meno veri delle molecole o della goccia ?
Chi potrebbe affermare che elettroni , molecole e gocce siano cose diverse?
La percezione è forse,in un certo senso creazione?
L'artefice della manifestazione è forse la MENTE?