Visualizzazione post con etichetta shankara. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta shankara. Mostra tutti i post

mercoledì 4 dicembre 2013

TRIPURA RAHASYA - IL MISTERO OLTRE LA TRINITÀ


Lo Sri Tripura Rahasya di Haritāyana era il libro preferito di Ramana Maharishi che lo commentò negli anni '30 ad uso dei suoi allievi (vedi "Ramana Maharsi "Tripura Rahasya, the Mystery Beyond the trinity", a cura di Sri Ramananda Sarasvati).

 

Si tratta di un testo tantrico che tratta degli insegnamenti di Dattatreya al suo allievo Paraśurāma, sesto avatar di Viśnu.
Paraśurāma ("Rama con l'Ascia di Guerra") è un Guerriero/Bramino, progenitore dei monaci guerrieri medioevali. Viene istruito alle arti marziali direttamente da Śiva ed alla "conoscenza dei segreti". appunto, da Dattatreya. Il commento di Ramana Maharishi testo di Haritāyana e le note di Ramananda Sarasvati, sono illuminanti. Soprattutto per chi ancora parla di differenze tra Vedanta Advaita e Tantra.
Il succo degli insegnamenti di Dattatreya e Ramana è la Sri Vidya, la conoscenza della Dea tramite lo Sri Yantra, la Kadividya (la pratica dello Sri Yantra tramite il mantra KA E I LA HRIM....) e la Hadividya (la pratica dello Sri Yantra tramite il mantra HA SA KA LA HRIM), ma ci si sono alcuni dettagli che, per chi, si interessa o si è interessato di Ramana Maharishi e Advaita Vedanta possono risultare rivoluzionari.
Innanzitutto l'Assoluto è Femmina.
La si può chiamare Adi Shakti, Durga o Tripurasundari, ma il senso è sempre quello.
In secondo luogo Avidya, che siamo abituati a intendere come "ignoranza metafisica" sulla base di letture condizionati dal dualismo platonico, in realtà, per Ramana e per Shankara (che Ramana cita spessissimo) è un sinonimo di Cit (coscienza/consapevolezza). In pratica Avidya, Cit, Maya, Kundalini  e Shakti sono sinonimi. detta così non fa grande impressione, ma in chiaro significa questo: SHIVA è il corpo dell'universo (la MATERIA) e SHAKTI è l'energia intesa come principio di coscienza che dà vita alla materia e permette di conoscerla.
Un'altra cosa interessante è che svatantra (tradotto di solito  con "libertà", ma che letteralmente significa "vero tantra") è il nome di "isvara".
Insomma Ramana era uno Shakta, la conoscenza per lui era quella del "Mantrika" (hadi e kadi mantra), tra Vedanta advaita e Tantra ci sono solo differenze fittizie e Dio è femmina...
Credo che studiarsi per bene il Tripura Rahasya commentato da Ramana Maharishi potrebbe spazzar via alcuni dei luoghi comuni che impediscono la reale conoscenza del sapere yogico.

Il testo integrale, commentato da Ramana maharishi, si può scaricare a questo indirizzo web: RAMANA MAHARISHI - TRIPURA RAHASYA





venerdì 29 novembre 2013

SHANKARA, VYASA E LO YOGA DEL RIPOSO

"Yoga Sutra" di Patanjali è  uno dei testi più citati nel materiale informativo di scuole , circoli, associazioni che si occupano di Hatha, Raja, Bhakti, Kriya, Ashtanga, Bikram, Power ecc. ecc. Yoga, ma a volte ho il dubbio che lo abbiano letto in pochi.

Patanjali (con la coda di serpente) e Vyaghrapada (con le zampe di tigre) 
al tempio di Chidambaram


Il "praticante medio" sa che ci sono gli otto "anga" (Yama, nyama ecc. ) di derivazione Jainista e buddista, sa che "LO YOGA E' LA SOSPENSIONE DELLE MODIFICAZIONI DELLA MENTE", ma se chiedi delle siddhi (poteri paranormali) e della maniere di ottenerle o del rapporto tra Kshana (istante) e Krama (successione di "quadri evento"), che pare siano importanti (tanto importanti!) per Patanjali, fa scena muta, o quasi.
Secondo me varrebbe la pena di leggerseli per intero, gli Yoga Sutra, e di studiarsi anche qualcuno dei migliaia di commenti scritti da yogin e filosofi negli ultimi duemilacinquecento anni.
Un commento agli Yoga sutra assai interessante è quello  di Vyasa (l'autore del Mahabaratha), ripreso e ri-commentato da Shankara bhagavadpada.
Non è facile trovarlo, e lo trovo abbastanza strano: sul Web e in libreria abbondano commenti di studiosi moderni, grammatici, intellettuali, guru, swami e lobsang sconosciuti, ma non si parla quasi mai delle interpretazioni di Patanjali fatte da due tizi che si dice l'abbiano conosciuto di persona e che, si dice, siano due maestri riconosciuti universalmente. 




E' come se ci fosse un commento di Einstein al lavoro di Newton e non lo si citasse mai, concentrandosi invece sulla critica al  filosofo della mela che cade, fatta da un professore di scienze di Guasticce. 

Insomma il commento di Vyasa e Shankara a Patanjali è difficile da reperire, ma se si ha la fortuna di metterci le mani si apre un mondo.
Lo yoga, per Vyasa e Shankara, è "la pratica del samadhi", e non vuol dire affatto unione, come si dice e si crede, ma "RIPOSO", "ABBANDONO".
Shankara dice altre cose che possono apparire stravaganti a chi conosce le interpretazioni usuali degli  yoga sutra.
Tipo che Yama è lo stato di distacco dagli stimoli sensoriali che si ottiene realizzando che BRAHMAN è TUTTO.
E Niyama sarebbe invece il frutto della realizzazione di IO SONO BRAHMAN.
Sembra che Yama e Niyama, non siano prescrizioni, comandamenti, o divieti da imporre con la volontà, ma qualità che insorgono da certi stati realizzativi,
Dice anche, Shankara, che per asana, parlando di Raja Yoga, si intendono posizioni e tecniche specifiche, come mulabhanda in siddhasana.
Ma a cosa che, secondo me è più interessante è la differenza semantica tra unione ( yoga=giogo) e riposo (yoga=abbandono).
In fondo in unione o giogo possiamo sempre vedere un intervento della volontà individuale.
Ciò che dovrebbe essere soggiogato sono desideri, passioni, pensieri, in altre parole l'Ego.
In riposo o abbandono si potrebbe invece leggere il lasciar che la mente compia il suo mestiere.
Che si arrenda al "Gioco degli Dei" e cominci a giocare con loro, come loro, tra loro. 




Tutto è il Brahman.
Noi siamo natura.
In ogni piccola porzione dell'universo, per la filosofia indiana (e per il taoismo, per il buddismo) c'è il tutto.
Noi siamo la natura e imponiamo alla nostra mente di credere di non esserlo.
Lasciare andare, staccarsi, tendere al sahaja (stato naturale) significa imparare a liberarsi dagli steccati che impedidiscono di vedere la realtà così come è.
Per la Fisica moderna esistono dieci dimensioni, ma noi ne vediamo solo tre perché "pensiamo tridimensionale".
Il vuoto è pieno di universi e la nostra visione del mondo  vi si smarrisce. La Realtà dei Veda e della fisica contemporanea  è un infinito mare senza sponde Solo lì  nell'oceano infinito, la mente può finalmente riposarsi.





Per chi volesse avere un'idea del commento di Vyasa e Shankara: Sankaracarya; Patañjali; T. S. Rukmani; Vyasa. Yogasutrabhasyavivarana of Sankara: Vivarana Text with English Translation, and Critical Notes along with Text and English Translation of Patañjali's Yogasutras and Vyasabhasya. Munshiram Manoharlal Publishers

venerdì 8 novembre 2013

LO YOGA DEI VERMI

Nei forum di yoga, nelle conferenze e negli stage in cui si parla di advaita vedanta, si discute spesso di jnana yoga, karma Yoga e di differenza trai vari "marga". A volte vecchi e nuovi "esperti" di Shankara  azzardano anche delle interpretazioni, brillanti o bizzarre delle upanishad o della bhagavat gita.
Mi sembra una cosa buona e giusta, però vorrei però mettere in evidenza  il problema del linguaggio...




 
Vedete io lavoro sul corpo, pratico e insegno da quarant'anni e, naturalmente, sono molto più a mio agio con articolazioni, muscoli, sistema respiratorio che con le disquisizioni filosofiche basate sui testi ( o sulle interpretazioni dei testi fatte da altri...).
Però dal 1996 al 2006 ho studiato con molta attenzione (direi con devozione) i testi buddisti (soprattutto del buddismo tibetano) e dal 2006 al 2012 sempre con molta attenzione (devozione, direi anche in questo caso) ho studiato i testi dell'advaita vedanta. 
Per evitare inutili polemiche e non generare altrettanto inutili discussioni, dirò che non sto parlando di iniziazioni, insegnamenti diretti ed esperienze non ordinarie. 
Vorrei parlare di testi e di parole scritte con altre parole scritte. 
Quello che credo di aver capito in questi anni di studio approfondito è che c'è una certa confusione sul significato dei concetti di karma o jnana o vidya  dovuta ad un mutamento di significato, forse voluto, forse casuale, delle parole chiave. 
Questo karma yoga di cui si parla spesso ad esempio, è karma yogakārma yoga? Sarebbe meglio controllare nei testi antichi, translitterati in IAST o ASCII, perché, anche se kārma (con l'accento diacritico= AA) può essere considerato un aggettivo relativo a karma (azione, attività) e, quindi, essere tradotto con laborioso, pare (ovviamente potrei sbagliare...ma ne dubito) che per gli autori dei testi antichi avesse altri significati tra cui (ho preso la definizione da un dizionario online, Spoken Sanskrit così chi vuole può verificare facilmente) "appartenente ad un verme" (kṛmi). 

Lo "yoga del verme" sarebbe lo yoga dei riti, nei quali l'officiante deve compiere "azioni esteriori" (sacrifici, recitazione di mantra, mudra, canti) e contemporaneamente applicare le "kriya" ovvero le "azioni interiori" tese a smuovere le energie visualizzate come "fluidi con la stessa densità del mercurio del termometro" (un immagine che usavano Satyananda e Shivananda), vermi, insomma. 
Chi volesse verificare può cercare chandogya upanishad III,1, 4 - VI, 10, 1 e seguenti. 
In quel testo si parla con dovizia di particolari delle kriya (kriyāvantaḥ e kriyāvān) intese come le tecniche di "sacrificio interno" necessarie per giungere all'identità con lo yākṣa brahman secondo gli insegnamenti dell'unico ṛṣi cioè kaśyapa
Troppo cervellotico e difficile da capire? Probabilmente si, ma credo sia interessante approfondire. 
Gli yākṣa sono gli spiriti che gestiscono i segreti della terra (come gli gnomi e i folletti...) e kaśyapa non è proprio un sacerdote o un veggente, ma è Acharya Canada il più grande scienziato del primo millennio a.C., colui che ha teorizzato e misurato la forza di gravità 2.600 anni prima di Galileo. 




Non so se avete idea di cosa possa significare, ma se si mettono insieme: 
1) Il Brahman degli spiriti della Terra; 
2) la forza di gravità. 
3) i vermi (fluidi corporei e non solo) che vengono (
4)"sacrificati" per entrare in identità con il brahman degli spiriti della terra, viene fuori un'idea del karma yoga un pochino diversa da quella che ne abbiamo e di cui, di solito, parliamo. 
Karma Yoga è diventato per noi lo yoga del "lavorare senza attendersi frutti" mentre per i testi vedici era esattamente il contrario: lo yoga delle "tecniche per ottenere dei frutti". 
Lo slittamento semantico, il cambio di significato di una parola o di un concetto, è una cosa abbastanza normale. 
Vagina ad esempio, significa fodero, ma se vado da una ragazza con un coltello e le dico che bisogna infilarlo nella vagina non credo la piglierebbe troppo bene. 
La parola ha cambiato significato. 

Ciò non toglie che, se trovassimo un testo in latino in cui la parola vagina viene utilizzata propriamente nel senso di fodero di un pugnale o di una spada, e traducessimo con "organo sessuale femminile" saremmo degli idioti. 
Giusto? 
Ben vengano le discussioni su jnana yoga e karma yoga tra vecchi  e nuovi esperti di  advaita vedanta ( tra parentesi: Shankara non dice da nessuna parte che la sua filosofia è advaita vedanta, lui la chiama uttara mimansa o mayavada....) ma facciamo attenzione a non mescolare i significati che diamo adesso a quelle parole con quelli che avevano all'epoca in cui sono state scritte le upanishad, se no si rischia di far la figura di quelli che traducono fodero con vagina o fischi con fiaschi.

venerdì 1 novembre 2013

MA COSA VUOL DIRE ADVAITA?

A volte leggo e sento delle cose bizzarre sull'advaita vedanta. Alcuni lo trasformano in una specie di nichilismo idealista, per cui niente di ciò che si vede e si tocca ha esistenza propria, tutto è un'illusione ecc. ecc. Altri, suggestionati forse da alcune teorie del buddismo theravada, considerano il corpo un inutile involucro pieno di sangue, urina e feci e finiscono per  trasformare la filosofia di Shankara, in una specie di regno della logica contrapposto al mondo della materia, brutto sporco e cattivo.


Credo che si dovrebbero considerare alcuni punti essenziali che sfuggono, talvolta, allo studioso o al "simpatizzante" occidentali.
Advaita vedanta è la filosofia del "non due".
Non si tratta di discriminare ciò che è non reale da ciò che lo è e non c'è un "uno" contrapposto ai molti.
L'Advaita Vedanta è al di là del numero e delle qualità.
Nel riportare le parole, spesso intraducibili, di Shankara si creano definizioni anche belle, ma non esattissime che generano interpretazioni tanto suggestive quanto campate in aria.
Advaita innanzitutto è, per lo yoga, uno stato o meglio una delle possibilità dell'essere umano nel suo divenire (tanto per citare Guenon), e questo stato viene reso in italiano con le parole "coscienza eterna e onnipervasiva". 

Onnipervasiva significa che pervade ovvero che entra/penetra/fa parte di ogni cosa. 
Coscienza significa che c'è un qualcosa che sa di esistere ed è in grado di conoscere (quindi tra virgolette di "discriminare"). 
Eterna vuol dire che è al di là del tempo e tutto ciò che è al di là del tempo, per noi, è A-Logico. Possiamo ripetere le parole "eterno", "infinito" o "onnipervasiva" milioni di volte, ma non riusciremo mai a comprendere veramente cosa significano, perché la mente umana non è attrezzata per farlo!
Per noi  esiste solo ciò che ha un inizio ed una fine, e possiamo conoscere solo qualcosa che è diverso da noi o diverso da qualcosa che già conosciamo.
Non è colpa nostra! La nostra mente è fatta così. Questo significa che non abbiamo la minima possibilità di capire cosa sia Advaita. Possiamo leggere tutti i libri del mondo, ma se non scopriamo come modificare prima la nostra "tecnica del pensare" e poi la nostra mente, non caveremo un ragno dal buco.
Tutto ciò che è percezione dipende dalla mente che, anche se confondiamo i termini, è cosa diversa dalla coscienza.
Per l'advaita vedanta la mente è "una forza inconscia" che limita (apparentemente) la coscienza illimitata, ma questa forza inconscia è una espressione della Dea.
Per essere più chiaro: non è che il corpo o un qualsiasi fenomeno fisico (rupa, artha) siano illusori o siano più o meno reali dello spirito, delle idee, dei pensieri (nama, shabda), per Shankara, non hanno esistenza propria nel senso che sono "causati" da qualcosa d'altro.
Shankara dice che c'è la possibilità di riconoscersi/realizzarsi/identificarsi in quel qualcosa d'altro, nella causa prima, o "causa incausata" [per usare una definizione che piace ai filosofi e fa incazzare tutti gli altri].
Beh! non è, per quel che ne so, che Buddha Shakyamuni o Lao Tsu dicessero cose tanto diverse, ma questo non è importante, adesso. 
Torniamo all'advaita. Né Shankara, né nessuno dei suoi allievi ha mai definito illusorio un fenomeno: è l'identificazione che non è reale, non la mente o il senso dell'ego o il corpo in sé.
La pratica dell'Ishtadevata (che fa parte del sadhana advaita ) consiste nel limitare la "coscienza eterna ed onnipervasiva" di cui si parlava prima in una statua, un dipinto o un'immagine creata dalla nostra mente.
Ora, diciamocelo, pensiamo davvero che gli yogin e i preti che fanno le puja alle varie divinità siano dei deficienti? Pensiamo che un essere umano di intelligenza media possa veramente credere che Dio, "quel" Dio, l'Assoluto, infinito ed eterno creatore possa essere rinchiuso in una statuetta di bronzo? Si tratta di un gioco, di un trucco per la mente: se riesco a farle credere che in quella statuetta c'è la divinità nella quale (mi hanno detto) deve identificarsi, piano piano realizzerà la possibilità di non essere identificata con il corpo, con le emozioni ecc.
Limitare la coscienza assoluta in una immagine di Vishnu o nella mente del singolo è esattamente la stessa cosa...
Questo non significa che l'immagine di Visnu o la "mia"mente non esistano. 
Discriminazione, per Shankara, consiste nel comprendere che non c'è differenza tra l'oggetto percepito e colui che percepisce: guardo l'immagine di Vishnu e utilizzo delle tecniche (mantra, asana, mudra, dhyana) per identificarmi con "quel" Vishnu.
"Discriminazione", se si parla di advaita vedanta, non è una facoltà della mente, ma un allenamento, un esercizio che serve a preparare la trasformazione" della "tecnica del pensare" e della mente. Non c'è un qualcosa che sia più reale di qualcosa d'altro. Il sadhana advaita passa attraverso il riconoscimento della non realtà delle identificazioni e delle differenze, attraverso l'identificazione e la differenza .
L'occidentale è  molto affezionato alla propria mente ed al proprio ego.
Spesso li santifica. Q
uando entra i contatto con le discipline orientali tende, all'opposto, a disprezzarli e a demonizzarli. Non so perché accada. Di certo so che la demonizzazione del corpo, dell'io o della mente non hanno niente a che fare con Shankara e l'advaita vedanta.
Il concetto fondamentale del "monismo shankariano" è che non c'è differenza tra nome e forma, tra nome e nome e tra forma e forma
Forma e nome sono reali ed esistono sin dal momento in cui uno pensa "io sono".
Credere che la "discriminazione di cui si parla nello yoga, sia l'azione di un io percepente che discrimina tra oggetti interni od esterni scegliendo quello che è più reale o meno reale" è un errore  Discriminare significa comprendere l'illusorietà delle differenze, non l'illusorietà dei fenomeni.
L'energia che mi spinge a comprendere un sutra di Shankara è la stessa che mi porta a leggerlo ed è la stessa che mi porta a fare la cacca.
E l'odore della cacca viene percepito esattamente grazie alla stessa energia.
Ci sono tecniche indo-tibetane o taoiste per ascoltare e percepire in maniera sempre più sottile il processo delle funzioni evacuatorie. 
Hanno la medesima rilevanza e la medesima potenzialità delle tecniche per ascoltare e percepire in maniera sempre più sottile l'insorgere del pensiero e delle emozioni.
Non importa l'azione in sé quanto la qualità dell'azione.

mercoledì 30 ottobre 2013

PROIEZIONE E QUALIFICAZIONE

Accade a volte che persone di grande intelligenza accostandosi al pensiero indiano riescano ad avere una panoramica generale, a volte approfondita, del maestoso impianto filosofico del non dualismo.
Le gocce di "psichico" che in loro emergono dalla maschera del corpo fisico gli fanno credere di "essere".
Quando queste gocce per una serie di motivi inesplicabili si ritirano lasciando solo la comprensione intellettuale può nascere una specie di rabbia di disperazione addirittura di isteria. 




Questo conduce spesso ad interminabili discussioni sul sesso degli angeli, altre al tentativo di proporsi come maestri illuminati o creatori di nuove filosofie e religioni.
C'è una specie di ironia nella qualificazione (Lila?).
Ci sono yogin che vivono certi stati di alterazione percettiva, sperimentano la rottura dei livelli dell'io e rifiutando la cosa, cercano delle teorie consolatorie, delle giustificazioni scientifiche e lottano contro le forze che attraggono il loro "centro magnetico". 
Altri dotati di grande cultura e sensibilità desiderano ardentemente quelle  esperienze e finiscono per "immaginare di essere" oppure per sorprendersi della assenza di riscontri. 
La maggior parte degli yogin  fa determinate esperienze senza nulla sapere di corpo psichico, di yoga, di rottura dei livelli dell'io. 
Alcuni sperimentano l'identità sostanziale dell'uno e dei molti. 
uno stato in cui l'ego non ha più nessun significato.
Questa assenza, magari momentanea, del senso di identità indissolubile, base del pensiero occidentale di matrice cristiana, se non supportata da insegnamenti che vengono definiti talvolta "tradizionali" può condurre alla follia o alla presunzione della follia. 
Coloro che hanno sperimentato senza sapere si vedono costretti a cercare le parole per dirlo e si rivolgono a quelle tecniche, a quei libri verso i quali li spinge la loro coscienza/ricordo/sogno. 
Le parole non esprimono mai, perfettamente ciò che si sperimenta, e se sono parole di maestri e istruttori solitamente si rivolgono a quei pochissimi che sono in grado di recepirle.
Così ci si inventa una terminologia per spiegare ciò che in realtà non è possibile spiegare. 
Probabilmente certe frasi, frutto di esperienze reali, di Shankara, di Gaudapada, di Patanjali, di Lao Tse sono dedicate ai quattro, cinque allievi in grado di comprenderle. 
La loro grandezza, il loro, "livello coscienziale" fa sì che tutti noi, leggendo o ascoltando, sentiamo una specie risonanza, pensiamo di capire e comprendere, ma è difficile che tutti noi 1000 e diecimila siamo quei quattro o cinque. Conoscersi.
Comprendere.
Essere.
Cominciamo con il conoscersi. Conosci te stesso dicono tutte le scuole tradizionali, ma conoscere se stessi è come sollevare il mondo. Archimede diceva che bastava un punto d'appoggio per sollevare il mondo. 
Questo punto è il nostro cuore.
Il maestro, il libro, la tecnica sono solo dei cartelli indicatori, degli stimoli.
Il vero lavoro è individuale.
Non bisogna, dicono i testi chassidici, tentare di sollevare il mondo con due punti d'appoggio. Proiettare su un altro o su una disciplina o su un libro la speranza e la volontà di conoscere se stessi provoca dolore e sofferenza.
Un bravo istruttore può insegnarti a fare l'alpinista, non può scalare per te il monte Meru

LIGNAGGI E QUALIFICAZIONI

Nel Vedanta e nel Neo Vedanta [e non solo] si parla di lignaggi e qualificazione, come di un qualcosa che permette ad alcuni di comprendere certi testi e di accedere a certi insegnamenti che ad altri sono preclusi.
Accedere non è proprio il termine giusto, visto che con internet tutti possono "accedere" ad "ogniccosa": libri, documenti, diagrammi... Diciamo che, per la teoria della "qualificazione" alcuni, pochi, leggendo un testo  capiscono cosa voleva dire l'autore e ne colgono le "valenze operative", altri, la maggior parte, non capiscono un fico secco.
Si tratta di una concezione un "tantino" elitaria o settaria dell'insegnamento tradizionale, che, però, risponde alla logica del buon senso comune: ognuno ha la possibilità di apprendere esattamente ciò che gli serve.
Supponiamo che dentro di noi ci sia una sorgente di acqua dalle qualità meravigliose e che questa sorgente sia ostruita da una serie di detriti
.


Non si sa che aspetto possa avere la barriera di detriti.
E' diversa per ciascuno di noi, mentre la sorgente è identica.
Supponiamo che la barriera di detriti abbia l'aspetto di una diga.
Un violento colpo di piccone potrebbe provocare una fuoriuscita violenta, uno "tsunami" in grado di spazzare via tutto e tutti.
Lo yoga è (sarebbe?)una via per togliere i detriti e preparare il terreno all'arrivo, dell'acqua della sorgente, limitando le possibilità di frane e inondazioni disastrose.
Occorre costruire canali, ripulire anche il terreno circostante, mettere delle tubature nei luoghi giusti.
Non si sa quando e perché l'acqua sgorgherà dal "sottosuolo".
Si sa solo che,  assottigliando progressivamente la barriera di detriti  aumentano le possibilità di attingere alla sorgente o di avere una visione della purezza delle acque. 

Il lavoro di preparazione del terreno ha bisogno di  calma e perseveranza. 
Quando si dice che il maestro arriva quando il discepolo è pronto, non si fa riferimento ad una persona fisica, ma all'acqua della sorgente interiore. Se si "vede" o ci si bagna o ci si disseta con l'acqua della sorgente non possiamo avere dubbi, ma fino a quel momento non potremo mai sapere se la via che percorriamo è quella giusta. 
Bisogna solo continuare a lavorare, con calma e perseveranza. 
L'acqua arriverà quando è il momento e nel modo che preferisce (il più giusto)
Certi testi, che chiamiamo srutismrti, "ciò che si ascolta" e "ciò che si ricorda"), indicano  attraverso una serie di simbologie e riferimenti le esperienze ed i percorsi psicologici di chi ha portato alla luce l'acqua della sorgente...
Testi preziosi e, di solito, accessibili a tutti. Ma bisogna considerare che tra istruzione e realizzazione non c'è un rapporto di causa effetto.
Non è che  leggendo e studiando a memoria tutti i libri di Shankara  si potrà raggiungere automaticamente  ciò che lui definisce  illuminazione.
Non è che recitando milioni di volte un mantra, o praticando per tremila volte un asana  un praticante di yoga sarà realizzato automaticamente.

Magari, semplicemente, morirà dalla noia.

AFRORE

La conoscenza di cui parla Samkara non sembra differire punto dalla conoscenza di cui parla Platone.Riprendo la metafora vedantica della schiuma ( vedi AFRODITE E LA SCHIUMA DI SHANKARA):



"Allorchè furono manifestati da questo Sé, tali nomi e forme, pur essendo in principio non manifestati, divennero il nome e la forma dell'Etere assumendone così la natura.
In tal modo sorse dal Supremo Sé l'elemento [sottile?] chiamato Etere come la schiuma opaca [trae origine]dall'acqua.
Ora , la schiuma non è assolutamente identica all'acqua, ma neanche è affatto distinta da essa, giacchè non può essere riscontrata separatamente dall'acqua stessa.Tuttavia l'acqua è di per sé limpida ed è altra cosa dalla schiuma la quale ha natura di opacità.
Nello stesso modo il supremo Sé - il quale è puro e nitido - è affatto diverso da nome e forma che corrispondono, per così dire, alla schiuma. Questi nomi e queste forme, dunque, i quali sono equivalenti alla schiuma [nei confronti dell'acqua] pur essendo in orgine non-manifesti, assumono, allorchè divengono manifestati, la denominazione e la natura dell'etere.


L'Etere è lo spazio in cui si manifesta il suono.
Il suono è la parola.
La parola è manifestazione.
TUTTO NASCE DAL SUONO.Il suono (udito) è anche, stando al Vedanta, il padre di tutte le percezioni. In altre parole, la percezione è UNICA, è la mente che ricostruisce e rappresenta la vibrazione (suono/luce) come odore, sapore, colore, forma... a seconda delle caratteristiche individuali e dell'ambiente culturale.
Nella Chandogya upanishad troveremo ad esempio che il Prana è chiamato "Odore" ed ecco che ci colleghiamo di nuovo (volendo) alla dea greca dell'Amore e della Lussuria: Afrodite, Aφροδίτη, viene da afros ἀφρός, afrore
termine che in italiano è rimasto a significare odore, un odore particolare, "come quello dei cavalli che si stanno accoppiando".A volte, nei significati che parole dal suono antico assumono nelle lingue moderne, sembra quasi si nasconda  un barlume di conoscenza, una goccia di una sapienza antica.
Prendere una parola e andare a ritroso fino al suo "suono madre" è sempre un esercizio interessante
I suoni madre del tantrismo(matrika) sono la rappresentazione di Idee e le idee sopravvivono nelle nostre parole, a prescindere dal significato che gli si attribuisce comunemente.


Si legge nella Brhadaranyaka Upanishad a proposito del sacrificio del cavallo, o  Aśvamedha :

" 1 - L'aurora è il capo del cavallo sacrificale; 
il sole è il suo occhio, il vento il suo respiro, il fuoco onnipresente la sua bocca, l'anno il suo corpo. 
Il cielo è il dorso del cavallo sacrificale; 
l'atmosfera è la sua pancia, la terra il suo inguine; 
i punti cardinali sono i suoi fianchi, 
i punti intermedi le sue coste, le stagioni le sue membra, i mesi e le quindicine le sue giunture, i giorni e le notti le sue gambe, le costellazioni le sue ossa, le nubi le sue carni. 
La sabbia è il cibo che egli digerisce; 
i fiumi i suoi intestini, i monti il suo fegato e i suoi polmoni, le erbe e le piante la sua criniera; 
il sole che si leva è il davanti del suo corpo, dietro il sole che tramonta. Il lampo è il suo ringhio, il tuono lo scuotimento del suo corpo, la pioggia la sua orina, la voce della parola il suo nitrito.

2 - Il giorno, che posa sull'oceano orientale, fu la coppa posta dinanzi al cavallo. 
La notte, che si trova sull'oceano occidentale, fu la coppa posta dietro al cavallo. Egli fu il Destriero che portò gli Dei [...]"

AFRODITE E LA SCHIUMA DI SHANKARA

Esiodo, un autore piuttosto splatter, fa nascere l'universo da un evirazione.
Un "titano" ( asura per gli indiani) chiamato Cronos [Κρόνος - Kronos = Tempo, ma Cronos significato anche alto, elevato] taglia i genitali del padre Urano [Οὐρανός-Ouranós che significa "Cielo Stellante"e li getta in mare.
I dettagli sono raccapriccianti: Cronos armato con una falce dentata si nasconde nella vagina (locheòs) della madre Gaia [Γαῖα che significa terra]. Appena Urano, che pare fosse un amante insaziabile, si getta sul corpo di Gaia "il Tempo nascosto nella Vagina" lo castra.





Il pene e i testicoli vengono gettati in mare, dalle parti di Cipro creando un onda. Oddio...dato che Urano era il padre dei Ciclopi e dei Titani suppongo che i suoi genitali avessero dimensioni ragguardevoli e forse più che di onda si potrebbe parlare di un vero e proprio tsunami. Comunque sia l'onda produce una schiuma opaca e dalla schiuma nasce Afrodite, simbolo della bellezza della natura, del mondo, del vivere. 
Il corpo, meraviglioso, della Dea dell'Amore è la forma della manifestazione.



Anche in India c'è una dea che emerge dalle acque  (l'Oceano di latte in quel caso, vedi "FRULLAMENTO DELL'OCEANO DI LATTE" ), Lakshmi:





I cinesi la chiamano Quan Yin, e la fanno uscire, a mo' di perla, da una conchiglia, esattamente come fa il Botticelli:


Forse i Rishi indiani ed i saggi Chan avevano letto Esiodo, chissà...di certo in Grecia, in Cina e in India si usano, in questo caso, le stesse immagini e le stesse parole. 
Scrive Shankara  nell' Upadesasahasrì  [I,I, 19 - ed. asram vidyà]:

"Namarupa, nome e forma, che stanno al Sé come la schiuma opaca sta all'acqua del mare".

La manifestazione, Namarupa,"nasce" dal  così come Venere nasce dalla schiuma del mare:


19. "
Allorché furono manifestati da questo Sé, tali nomi e forme, pur essendo in principio non manifestati, divennero il nome e la forma dell'Etere assumendone così la natura.
In tal modo sorse dal Supremo Sé l'elemento [...] chiamato Etere come la schiuma opaca [trae origine] dall'acqua.
Ora, la schiuma non è assolutamente identica all'acqua, ma neanche è affatto distinta da essa, giacché non può essere riscontrata separatamente dall'acqua stessa.
Tuttavia l'acqua è di per sé limpida ed è altra cosa dalla schiuma la quale ha natura di opacità.
Nello stesso modo il supremo Sé - il quale è puro e nitido - è affatto diverso da nome e forma che corrispondono, per così dire, alla schiuma. Questi nomi e queste forme, dunque, i quali sono equivalenti alla schiuma [...] pur essendo in origine non-manifesti, assumono, allorché divengono manifestati, la denominazione e la natura dell'etere".


L'inizio della manifestazione, per tornare al mito di Afrodite (cfr. "Teogonia" di Esiodo) coincide con la evirazione di Urano.
I suoi genitali cadono nel profondo dell'Oceano di prima dell'inizio, sono "sommersi", a simboleggiare, forse, le infinite possibilità creative.
La potenza creativa, prima di esprimersi, è sempre nascosta, come l'ovulo nel ventre materno, o il seme nel grembo della Terra.
Per Shankara la prima cosa che emerge dalla "potenza sommersa" è la schiuma opaca (Etere), che è diversa dall'acqua (il Sé), ma contemporaneamente non ne è distinta perché non può avere esistenza propria.

L'Etere è il "padre"degli elementi (aria,fuoco,acqua e terra), delle percezioni (udito,tatto, vista, gusto, odorato) delle azioni (parlare, afferrare, andare, generare, evacuare) ecc.
Senza la schiuma/Etere non ci sarebbe possibilità di manifestazione.
Non ci sarebbe nessuna possibilità di "discriminare " tra "Io" (aham) e l'altro da me (idam). Quindi non ci sarebbe conoscenza perchè "la conoscenza è manifestazione"
Prima dei nomi e delle forme, non c'è determinazione, non c'è discriminazione, non c'è possibilità di percezione (l'udito viene a determinarsi "a causa" della determinazione dell'Etere).
Prima dei nomi c'è solo silenzio. 

Alcuni lo chiamano .

martedì 29 ottobre 2013

TECNICHE OPERATIVE

"[...]tale conoscenza non è per nulla comunicabile in parole, come lo sono le altre, ma dopo una lunga convivenza indirizzata appunto all'oggetto e dopo che si è vissuti assieme, istantaneamente - come la luce che scaturisca da fiamma palpitante - una volta sorta nell'anima, è lei stessa a nutrire se stessa"

Platone, Settima Lettera, 341 c-d






Negli ambienti dell'Advaita Vedanta occidentalizzato, si parla spesso di Tradizione unica e di identità di pensiero tra filosofi indiani (Patanjali, Gaudapada, Shankara) e occidentali (da Platone ad Agostino, sino alla filosofia tedesca del XIX e XX secolo), ma se in Oriente si parla diffusamente di tecniche operative , nella nostra cultura ci si limita a pochi accenni generici o addirittura se ne nega l'esistenza.
I possibili motivi di questa lacuna sono almeno tre:
1) l'ignoranza comune che va a sovrapporsi alla cosiddetta ignoranza metafisica.
La maggior parte degli studiosi che si accosta a Platone o Agostino, non ha le capacità per comprendere Platone ed Agostino.
(Un commentatore che tramuta le sirene alate in pesci perché confonde le pinne con le penne, o traduce gomene con cammello pensa che cosa può combinare con la Filosofia Realizzativa! Eppure è ciò che è successo e nel nostro immaginario Cristo è un surrealista che vede i cammelli infilarsi nelle crune degli aghi e le pinne hanno definitivamente sostituito le penne delle sirene alate ).

2) L'invenzione del diavolo, ovvero la trasformazione delle energie ctonie in causa di atti demoniaci ed effetto di una entità malefica, che ha portato ad osservare con sospetto e paura gli stati in cui le capacità di controllo e di analisi razionale sono limitate o assenti.
Quasi che la perdita del controllo della mente raziocinante liberasse automaticamente dei demoni infernali nascosti nel nostro inconscio.

3) L' inversione dei principi.
Ciò che veniva definito Solare è divenuto Lunare e viceversa.
L'intuizione legata alla abbacinante conoscenza solare , ciò che viene definito nello yoga Buddhi, è stata relegata alle atmosfere notturne dell'inconscio .
La riflessione , ovvero la capacità di operare delle scelte in base a dubbi e probabilità, ciò che nello Yoga è Manas, è divenuta , nel nostro immaginario, strumento precipuo della razionalità solare.

Tutto ciò che in Platone o Agostino poteva suggerire un rapporto intuitivo ovvero diretto , con il Reale, è stato in qualche misura eliminato o se ne è sminuita l'importanza
La manipolazione , involontaria o volontaria, di parole e concetti è prassi , purtroppo, comune.
Aristotele, ad esempio, è considerato il meno "mistico" (tra virgolette) dei filosofi greci.
Eppure scrive in "Eudemo" fr.10:

"[...]
"e l'intuizione dell'intuibile e del non mescolato e del santo la quale lampeggia attraverso l'anima come un fulmine, permise in un certo tempo di toccare e di contemplare, per una volta sola.
Percio' sia Platone sia Aristotele chiamano questa parte della filosofia l'iniziazione suprema, in quanto costoro [...] che hanno toccato direttamente la verità  pura, riguardo a quell'oggetto, ritengono di possedere il termine ultimo della filosofia, come in una iniziazione".

e in Sulla Filosofia, fr.15:
"[...] ciò  che appartiene all'insegnamento e ciò  che appartiene all'iniziazione.
La prima cosa giunge invero, agli uomini attraverso l'udito, la seconda, invece quando la capacita' intuitiva subisce la folgorazione: il che appunto fu chiamato misterico e simile alle iniziazioni di E
leusi"



Alcibiade, nel Simposio, descrive Socrate impegnato, all'alba, nella pratica di un non meglio identificato, Rito del Sole: si muove leggero come se cercasse qualcosa e poi si ferma , immobile, per ore ed ore.
Platone in Fedro (250, b-c) descrive decisamente l'esperienza del Samadhi.
Ma come può chi non ha fatto l'esperienza del Samadhi riconoscerlo nelle parole di Platone? 
L'uomo vede solo ciò che sa.

lunedì 28 ottobre 2013

ASPARSA YOGA



Tutti sistemi e i punti di vista filosofici indiani (e non solo) si possono inserire in due Dottrine fondamentali: pariṇāma vāda che è la teoria dell'EMANAZIONE
e āraṃbha vāda che è la teoria dell'EVOLUZIONE.
Ad esse o ad una combinazione delle due possono essere ricondotti i diversi "rami tradizionali".
Si è anche detto (vedi EMANAZIONE ED EVOLUZIONE) che, all'osservatore acuto, tali dottrine possono apparire "insoddisfacenti" perché, entrambe, legate alle coordinate spaziotemporali.
Per la Teoria dell'EMANAZIONE (pariṇāma vāda) la manifestazione è il prodotto della Condensazione del raggio di luce/coscienza che proviene da una sorgente, da un "centro".
La realizzazione sarebbe quindi Il "risultato" (EFFETTO) di un viaggio a ritroso dal momento attuale (fine della manifestazione/condensazione) al Centro.
Centro nel quale l'uomo si scoprirebbe in identità con il divino (o in unione o sullo stesso piano o con la medesima forma del divino a seconda dei vari punti di vista)
Per la Teoria dell'EVOLUZIONE (āraṃbha vāda) la manifestazione tende invece al perfezionamento spirituale.
La realizzazione sarebbe  qui il "risultato" di un viaggio in avanti dal momento attuale (Inizio del processo evolutivo) al "traguardo", il punto in cui l'uomo si scopre L'uomo si scopre in identità con il divino (o in unione o sullo stesso piano o con la medesima forma del divino a seconda dei vari punti di vista)
Sono teorie "insoddisfacenti" (tra virgolette) poiché entrambe risultano dipendenti dalle nozioni di tempo e spazio: per la Dottrina dell'Emanazione l'Adesso è peggiore del Prima e migliore del Dopo.Per la Dottrina dell'Evoluzione l'Adesso è migliore del Prima e peggiore del Dopo.
L'uomo, per entrambe le dottrine, parte dalla situazione attuale .
Diciamo che il passato è alla sinistra ed il futuro alla destra.

A - emanazione - B - evoluzione - C

Il viaggio del discepolo, per la teoria dell'Emanazione dovrebbe condurre da B ad A, da destra a sinistra, dal presente al passato.
Per la teoria dell'Evoluzione dovrebbe, invece, condurre da B a C, da sinistra a destra, dal presente al futuro.
E' evidente che entrambe le dottrine hanno in loro il seme della dualità: se per realizzarmi devo andare da destra a sinistra, dal presente al futuro il futuro sarà Bene ed il passato Meno Bene o Male.
Se per realizzarmi devo muovermi dal presente verso il passato il passato sarà Bene ed il futuro sarà Meno Bene o Male. 
Se consideriamo l'assoluto come qualcosa di illimitato, incommensurabile non potrà essere relativo al tempo ed allo spazio.
Ciò che è relativo non può essere assoluto.
Sembra molto logico.
Ciò che è incommensurabile non può, appunto essere misurato, e lo strumento di conoscenza della Mente è Misura.
La Mente è in grado di produrre ed immagazzinare immagini.
La visione di un film sullo schermo bianco è resa possibile dal proiettore.
Ma se nel proiettore non fossero inserite delle immagini legate tra loro in un ordine predefinito (da sinistra a destra in senso orario per dare l'illusione del movimento) lo spettatore vedrebbe solo uno schermo bianco illuminato da luce bianca...
Passato, presente e futuro, sinistra, centro e destra sono costruzioni mentali e vengono "inserite" nella nostra mente per poter perpetuare l'idea che l'umanità ha della manifestazione.
Il viaggio del discepolo è diretto sempre verso la sorgente.
Verso il punto principiale, che è costante, ovvero oggettivo.
L'inizio ,la direzione e la fine di un viaggio dipendono da percezioni soggettive.


"Se da Napoli decido di andare a Roma, il viaggio può essere sia un viaggio a ritroso (nel caso sia nato a Roma , mi sia trasferito a Napoli e decida di "tornare a casa") sia un viaggio in avanti (nel caso sia nato a Napoli e decida di andare a Roma), ma la meta e l'atto del viaggiare saranno gli stessi".

Per la teoria dell'Evoluzione e per la Teoria dell'Emanazione il punto di partenza (lo stato attuale del discepolo) ed il punto d'arrivo (identità con l'assoluto) sono gli stessi.
Ciò che muta e conduce a posizioni tra loro conflittuali è la rappresentazione grafica delle due teorie, una rappresentazione che è necessaria per rendere le due teorie accessibili alla mente umana.
La mente è Misura.
Se qui c'è uno stato di insoddisfazione e dolore è ovvio che dovrò andare da un'altra parte per tentare di placare l'ansia di incompiutezza.
Se non mi sposto fisicamente dovrò innescare dei movimenti psichici che diano comunque la sensazione dell'andare, la percezione del viaggio.
Ecco che le due dottrine mi procurano i mezzi necessari per avvicinarmi alla conoscenza del Reale.
L'ideale di un passato mitico, di una sorgente luminosa dalla quale è scaturita la manifestazione durante un processo di condensazione e l'ideale di un futuro popolato da bambini con gli occhi d'oro che indicano la "Via" per trasformare l'angoscia in beatitudine suprema si equivalgono.
Sono sostegni per la mente bambina dell'uomo.
Sono, in fondo, necessari ed hanno un loro grado di realtà, nel senso che producono dei frutti.
Scrive Plotino: "i
l Magistero non va oltre questo limite, di additare cioè , la via ed il viaggio, ma la visione è già tutta un'opera personale di colui che ha voluto contemplare"
Un maestro, Aurobindo o Plotino che sia (il Maestro in fondo NON ESISTE o è in  unico, il Guru, l'ESSERE....) darà delle indicazioni che l'aspirante filosofo riterrà valide o meno valide a seconda di quello che alcuni definiscono "il suo livello coscienziale", ovvero la direzione che i suoi moti psichici, la sua cultura, la sua costituzione fisica (?) gli hanno indicato.Dibattere se una teoria sia più nobile o più giusta di un'altra o peggio tentare di convincere qualcuno della superiorità delle proprie credenze, del proprio guru, del proprio lignaggio, è un assurdità.
Ciò non significa che si possa dire e fare tutto ciò che passa per la mente e definirlo conoscenza tradizionale, o conoscenza yogica o conoscenza tout court, ma pure occorre considerare che non esiste non può esistere una via o una credenza superiore ad altre essendo la Realtà Unica.
Le dottrine, le pratiche, gli esercizi,le scritture sono dei sostegni, degli appigli cui la mente può afferrarsi per non esplodere a contatto con la Verità.
Esiste però uno Yoga senza sostegni.
Lo Yoga di Gaudapada e Samkara è detto Asparsa, dove स्पर्श sparśa significa Tocco, Contatto ma anche Toccante nel senso di commovente o emotivamente coinvolgente.
Asparśa, con la a privativa, sarà  ciò che non ha possibilità di contatto, senza appigli, senza nessuna possibilità di coinvolgimento fisico, emotivo, sentimentale, mentale....

IL MAI NATO

AJATI VADA


Le due dottrine (dell'Emanazione e dell'Evoluzione, vedi PARINAMA E ARAMBHA sono entrambe sensate ed hanno una loro validità.
Hanno anche il merito di essere legate al concetto di spazio e tempo.
L'aspirante filosofo che si avvicina al Vedanta Advaita può fare i conti con categorie conosciute, familiari e questo lo aiuta a comprendere.
La quasi totalità delle teorie filosofiche e dei marga (sentieri) di cui si legge e si parla, fanno riferimento ad una delle due dottrine o ad una combinazione delle due.
Chiunque affermi che il Corpo è il Tempio di Dio segue gli insegnamenti del pariṇāma vāda.
Chiunque affermi che il Corpo è la tomba dell'Anima segue gli insegnamenti dell'āraṃbha vāda.
Aurobindo tenta di coniugare la teoria dell'emanazione con la teoria dell'evoluzione e parla di un'evoluzione fisica dell'uomo che accompagna l'evoluzione spirituale : Dio/Centro sarebbe alla fine di un percorso che non è teso a mostrare che il divenire è sogno ma a "sacralizzare " il mondo grossolano trasformando l'umanità in un consesso di ESSERI DIVINI.
Plotino tenta di coniugare la concezione orfica della vita sogno sognato da un 'ombra con la dottrina dell'Emanazione.
Entrambi hanno realizzato (secondo ciò che hanno detto e scritto) la via di cui parlano.
Entrambi hanno lasciato delle indicazioni per poter seguire il percorso da loro indicato.
nessuno dei due, secondo me, è completamente convincente.

SE IL CORPO E' EMANAZIONE DELLA DIVINITÀ' PERCHÉ' SI PARLA DI TOMBA DELL'ANIMA?

Ci sarà un INIZIO, un qualcosa che c'era prima e che sperimentava la libertà assoluta e ci sarà una FINE, un dopo, un qualcosa che sperimenta la schiavitù del corpo fisico e che può discriminare tra quel prima, permeato di beatitudine, e quel dopo intriso di dolore e sofferenza.

SE INVECE L'UOMO E' IL PRODOTTO DI UNA CONTINUA EVOLUZIONE ED OGNI RI-NASCITA o RE-INCARNAZIONE è il punto di partenza, l'inizio di UN QUALCOSA COME SI FA A PENSARE AD UNA FINE?

Bisognerebbe considerare una qualche FINE DEL TEMPO, ma a quel punto bisognerebbe postulare anche  un INIZIO DEL TEMPO.
L'evoluzione sarebbe quindi una linea retta delimitata da due punti.
Sarebbe limitata nello spazio e nel tempo.
Per la teoria dell'Emanazione il prima è PIÙ qualcosa del dopo.
E' migliore.
Per la teoria dell'Evoluzione il dopo è PIÙ qualcosa del prima.
E' migliore.
Non c'è bisogno di aver studiato filosofia per comprendere che dove si parla di delimitazioni spazio temporali e di differenze qualitative si è nel campo del Dualismo.
Anche se si parla, con convinzione , di non dualismo, di samadhi nirvikalpa, di Uno (o Zero) metafisico, di Brahman Nirguna si rimane nel perimetro della contrapposizione.Pariṇāma vāda o teoria dell'EMANAZIONE e āraṃbha vāda o teoria dell'EVOLUZIONE sono entrambe valide ed entrambe, in fondo, facilmente comprensibili perché in entrambe le dottrine sono implicite le categorie di spazio e tempo.
Il sadhana realizzativo, in entrambi i casi, può essere rappresentata da una linea retta:
Nel primo caso (pariṇāma vāda) si può immaginare il raggio che dalla periferia conduce al centro di una sfera.Nel secondo (āraṃbha vāda) si può immaginare la linea che conduce dalla base al vertice di una piramide. 
Che il percorso sia esso accidentato, a zig zag o a spirale, vi saranno due punti di riferimento ovvero un'inizio ed una fine.
Può qualcosa che dipende dal Tempo e dallo Spazio venire definito Assoluto?
La mente secerne pensieri.
I pensieri sono quadri immagine.La percezione della vita come la intendiamo noi dipende dall'ordine in cui i quadri/immagine vengono allineati.
L'ordine è un ordine geometrico.
E la geometria è la misura del mondo.
L'uomo utilizza delle coordinate spazio-temporali per poter conoscere.
Se vuole conoscere significa che non conosce.
Se voglio risolvere un problema matematico evidentemente significa che non conosco la soluzione.
Entrambe le dottrine filosofiche pongono l'uomo come OGGETTO DELLA MANIFESTAZIONE, e la massima aspirazione dell'uomo sarà quella di farsi SOGGETTO, di cercare l'identità o l'unità o la vicinanza con il SOGGETTO CREATORE. Gaudapada e Samkara parlano di una terza dottrina che non si pone in contrasto con le altre, ma le integra: ajati vāda, "lo Yoga che è temuto anche dagli Dei".
Solitamente ajati viene tradotto con NON-NATO, INCREATO per cui ajati vāda starebbe per DOTTRINA DEL NON NATO.
Questo perché jāta significa nato, nascita, creatura, bambino per cui la "A"privativa gli darebbe il significato di NON NASCITA, NON CREATURA,NON NATO.
Jāti, con la "i", a sua volta significa discendenza , famiglia, specie, per cui il significato di  ajati sarebbe NON DISCENDENZA.
L'Essere dell'AJATI MARGA sarebbe colui che non discende da altri.C'è però un dettaglio, marginale, forse, che ho notato: जाति jāti è parola con una doppia "A" (la lettera ā) dopo la J mentre अजति ajati è parola con una A semplice dopo la J.
In sanscrito esiste anche la parola अजति ajati derivante dalla radice अज् aj che significa gettare, lanciare , tirare.....
Quindi ajati vāda, potrebbe anche significare DOTTRINA CHE TI LANCIA, CHE SPINGE, CHE TIRA come se fosse un arco che lancia una freccia.
La freccia potrebbe essere l'uomo, il bersaglio il Brahman.
La differenza sostanziale (se di differenza si vuole parlare, tra ajati vāda e le altre dottrine consiste nella concezione della realtà fenomenica.
Per le altre correnti filosofiche Il divenire è o realtà assoluta (L'Essere è il divenire) o illusione (il divenire è NON ESSERE) per cui l'uomo può decidere se osservare lo scorrere della vita o immergersi nel suo flusso.
Per l' ajati vāda la manifestazione è APPARENZA FENOMENICA.
Non è né reale né irreale.
Ma dipende della percezione e dalla ricostruzione che della percezione fa la mente umana.
Può sembrare differenza di poco conto.
In realtà sancisce il passaggio dall'uomo OGGETTO della manifestazione a uomo SOGGETTO della manifestazione.
Il mondo appare così perché la mia mente lo vede in tal modo.
Ma ciò non significa che ciò che vede non esista: e'la percezione stessa a renderlo Reale.
Se guardo una goccia d'acqua con gli occhiali da sole avrò una certa percezione della goccia d'acqua.
Diversa percezione la avrò se guardo senza occhiali.
Diversa ancora apparirà la goccia se la osservo con un microscopio.
Se vedo gli elettroni la molecola forse scompare?
Se vedo la molecola gli elettroni scompaiono?
Se guardo la goccia ad occhio nudo elettroni e molecole forse scompaiono?
Chi potrebbe affermare che gli elettroni sono più veri o meno veri delle molecole o della goccia ?
Chi potrebbe affermare che elettroni , molecole e gocce siano cose diverse?
La percezione è forse,in un certo senso creazione?
L'artefice della manifestazione è forse la MENTE?