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venerdì 29 novembre 2013

SHANKARA, VYASA E LO YOGA DEL RIPOSO

"Yoga Sutra" di Patanjali è  uno dei testi più citati nel materiale informativo di scuole , circoli, associazioni che si occupano di Hatha, Raja, Bhakti, Kriya, Ashtanga, Bikram, Power ecc. ecc. Yoga, ma a volte ho il dubbio che lo abbiano letto in pochi.

Patanjali (con la coda di serpente) e Vyaghrapada (con le zampe di tigre) 
al tempio di Chidambaram


Il "praticante medio" sa che ci sono gli otto "anga" (Yama, nyama ecc. ) di derivazione Jainista e buddista, sa che "LO YOGA E' LA SOSPENSIONE DELLE MODIFICAZIONI DELLA MENTE", ma se chiedi delle siddhi (poteri paranormali) e della maniere di ottenerle o del rapporto tra Kshana (istante) e Krama (successione di "quadri evento"), che pare siano importanti (tanto importanti!) per Patanjali, fa scena muta, o quasi.
Secondo me varrebbe la pena di leggerseli per intero, gli Yoga Sutra, e di studiarsi anche qualcuno dei migliaia di commenti scritti da yogin e filosofi negli ultimi duemilacinquecento anni.
Un commento agli Yoga sutra assai interessante è quello  di Vyasa (l'autore del Mahabaratha), ripreso e ri-commentato da Shankara bhagavadpada.
Non è facile trovarlo, e lo trovo abbastanza strano: sul Web e in libreria abbondano commenti di studiosi moderni, grammatici, intellettuali, guru, swami e lobsang sconosciuti, ma non si parla quasi mai delle interpretazioni di Patanjali fatte da due tizi che si dice l'abbiano conosciuto di persona e che, si dice, siano due maestri riconosciuti universalmente. 




E' come se ci fosse un commento di Einstein al lavoro di Newton e non lo si citasse mai, concentrandosi invece sulla critica al  filosofo della mela che cade, fatta da un professore di scienze di Guasticce. 

Insomma il commento di Vyasa e Shankara a Patanjali è difficile da reperire, ma se si ha la fortuna di metterci le mani si apre un mondo.
Lo yoga, per Vyasa e Shankara, è "la pratica del samadhi", e non vuol dire affatto unione, come si dice e si crede, ma "RIPOSO", "ABBANDONO".
Shankara dice altre cose che possono apparire stravaganti a chi conosce le interpretazioni usuali degli  yoga sutra.
Tipo che Yama è lo stato di distacco dagli stimoli sensoriali che si ottiene realizzando che BRAHMAN è TUTTO.
E Niyama sarebbe invece il frutto della realizzazione di IO SONO BRAHMAN.
Sembra che Yama e Niyama, non siano prescrizioni, comandamenti, o divieti da imporre con la volontà, ma qualità che insorgono da certi stati realizzativi,
Dice anche, Shankara, che per asana, parlando di Raja Yoga, si intendono posizioni e tecniche specifiche, come mulabhanda in siddhasana.
Ma a cosa che, secondo me è più interessante è la differenza semantica tra unione ( yoga=giogo) e riposo (yoga=abbandono).
In fondo in unione o giogo possiamo sempre vedere un intervento della volontà individuale.
Ciò che dovrebbe essere soggiogato sono desideri, passioni, pensieri, in altre parole l'Ego.
In riposo o abbandono si potrebbe invece leggere il lasciar che la mente compia il suo mestiere.
Che si arrenda al "Gioco degli Dei" e cominci a giocare con loro, come loro, tra loro. 




Tutto è il Brahman.
Noi siamo natura.
In ogni piccola porzione dell'universo, per la filosofia indiana (e per il taoismo, per il buddismo) c'è il tutto.
Noi siamo la natura e imponiamo alla nostra mente di credere di non esserlo.
Lasciare andare, staccarsi, tendere al sahaja (stato naturale) significa imparare a liberarsi dagli steccati che impedidiscono di vedere la realtà così come è.
Per la Fisica moderna esistono dieci dimensioni, ma noi ne vediamo solo tre perché "pensiamo tridimensionale".
Il vuoto è pieno di universi e la nostra visione del mondo  vi si smarrisce. La Realtà dei Veda e della fisica contemporanea  è un infinito mare senza sponde Solo lì  nell'oceano infinito, la mente può finalmente riposarsi.





Per chi volesse avere un'idea del commento di Vyasa e Shankara: Sankaracarya; Patañjali; T. S. Rukmani; Vyasa. Yogasutrabhasyavivarana of Sankara: Vivarana Text with English Translation, and Critical Notes along with Text and English Translation of Patañjali's Yogasutras and Vyasabhasya. Munshiram Manoharlal Publishers

mercoledì 30 ottobre 2013

PROIEZIONE E QUALIFICAZIONE

Accade a volte che persone di grande intelligenza accostandosi al pensiero indiano riescano ad avere una panoramica generale, a volte approfondita, del maestoso impianto filosofico del non dualismo.
Le gocce di "psichico" che in loro emergono dalla maschera del corpo fisico gli fanno credere di "essere".
Quando queste gocce per una serie di motivi inesplicabili si ritirano lasciando solo la comprensione intellettuale può nascere una specie di rabbia di disperazione addirittura di isteria. 




Questo conduce spesso ad interminabili discussioni sul sesso degli angeli, altre al tentativo di proporsi come maestri illuminati o creatori di nuove filosofie e religioni.
C'è una specie di ironia nella qualificazione (Lila?).
Ci sono yogin che vivono certi stati di alterazione percettiva, sperimentano la rottura dei livelli dell'io e rifiutando la cosa, cercano delle teorie consolatorie, delle giustificazioni scientifiche e lottano contro le forze che attraggono il loro "centro magnetico". 
Altri dotati di grande cultura e sensibilità desiderano ardentemente quelle  esperienze e finiscono per "immaginare di essere" oppure per sorprendersi della assenza di riscontri. 
La maggior parte degli yogin  fa determinate esperienze senza nulla sapere di corpo psichico, di yoga, di rottura dei livelli dell'io. 
Alcuni sperimentano l'identità sostanziale dell'uno e dei molti. 
uno stato in cui l'ego non ha più nessun significato.
Questa assenza, magari momentanea, del senso di identità indissolubile, base del pensiero occidentale di matrice cristiana, se non supportata da insegnamenti che vengono definiti talvolta "tradizionali" può condurre alla follia o alla presunzione della follia. 
Coloro che hanno sperimentato senza sapere si vedono costretti a cercare le parole per dirlo e si rivolgono a quelle tecniche, a quei libri verso i quali li spinge la loro coscienza/ricordo/sogno. 
Le parole non esprimono mai, perfettamente ciò che si sperimenta, e se sono parole di maestri e istruttori solitamente si rivolgono a quei pochissimi che sono in grado di recepirle.
Così ci si inventa una terminologia per spiegare ciò che in realtà non è possibile spiegare. 
Probabilmente certe frasi, frutto di esperienze reali, di Shankara, di Gaudapada, di Patanjali, di Lao Tse sono dedicate ai quattro, cinque allievi in grado di comprenderle. 
La loro grandezza, il loro, "livello coscienziale" fa sì che tutti noi, leggendo o ascoltando, sentiamo una specie risonanza, pensiamo di capire e comprendere, ma è difficile che tutti noi 1000 e diecimila siamo quei quattro o cinque. Conoscersi.
Comprendere.
Essere.
Cominciamo con il conoscersi. Conosci te stesso dicono tutte le scuole tradizionali, ma conoscere se stessi è come sollevare il mondo. Archimede diceva che bastava un punto d'appoggio per sollevare il mondo. 
Questo punto è il nostro cuore.
Il maestro, il libro, la tecnica sono solo dei cartelli indicatori, degli stimoli.
Il vero lavoro è individuale.
Non bisogna, dicono i testi chassidici, tentare di sollevare il mondo con due punti d'appoggio. Proiettare su un altro o su una disciplina o su un libro la speranza e la volontà di conoscere se stessi provoca dolore e sofferenza.
Un bravo istruttore può insegnarti a fare l'alpinista, non può scalare per te il monte Meru

NIRVITARKA

Brahman è concepibile (immaginabile) come Infinito Spazio Puro  detto Brahman senza forma o nirguna o come Forma Fluttuante nello Spazio detta Brahman con forma o saguna)Lo Spazio primigenio del Brahman senza forma, viene espresso attraverso tre correnti/qualità: LUCE - SILENZIO - VUOTO (o AMORE).
Le tre correnti (le TRE GRANDI MADRI) corrispondono all'energia dell'Azione (LUCE), all'energia della conoscenza (SILENZIO) e all'energia del Desiderio o Volontà (VUOTO) e danno origine ai cinque veli limitanti di माया māyā,
ovvero:

- Limitazione dello Spazio.
- Limitazione della conoscenza.- Limitazione della passione.
- Limitazione del tempo.
- Limitazione del principio di consequenzialità o causa-effetto.

I cinque veli sono le sorgenti dei cinque elementi, che potremmo definire "punti di vista limitati dello Spazio:

La limitatezza dello spazio kalā è la sorgente di ciò che definiamo Etere o आकाश ākāśa.
La limitatezza della conoscenza vidyā corrisponde a ciò che chiamiamo Aria o वायु vāyu.
La passione rāga corrisponde a ciò che definiamo Fuoco o तेजस् tejas.
La limitatezza del tempo kāla corrisponde a ciò che definiamo Acqua o आप āpa
Il principio di causa-effetto niyati corrisponde infine a ciò che chiamiamo Terra o पृथ्वी pṛthvī
I quattro tipi di samadhi savikalpa citati da Patanjali sono "strumenti" per risolvere i primi quattro veli limitanti (dal nostro punto di vista, ovvero, per così dire, dal basso).



Ricordiamo Yoga sutra I,17 e proviamo a "sviscerarlo":

"vitarka vichara ananda asmita rupa anugamat samprajnatah"

Nella traduzione di Raphael:

"La condizione di conoscenza è quella accompagnata dall'argomentazione, dalla deliberazione, dalla beatitudine, dal senso dell' "io sono".

il primo tipo di samadhi (vitarka o savitarka samadhi, dove Tarka significa "ragionamento")) è collegato alla limitazione di Causa/Effetto niyati, e all'elemento Terra.
Il secondo tipo di samadhi (vicāra o savicāra samadhi, dove vicāra significa "idea", "pensiero") è collegato alla limitazione di Tempo, kāla e all'elemento Acqua.
Il terzo tipo di samadhi (ānanda o sānanda samadhi, con ānanda che significa "beatitudine") è collegato alla Limitazione della Passione/desiderio, rāga ed all'elemento Fuoco.
Il quarto tipo di samadhi (asmitā o sasmitā samadhi, con asmitā che significa "egotismo", "senso dell'io") è collegato alla Limitazione della conoscenza o 
vidyā e all'elemento Aria.Rimane il quinto velo , la limitazione di spazio o kalā che corrisponde all'elemento SPAZIO.
Lo Spazio o Etere è contemporaneamente uno dei cinque elementi e la sorgente degli altri quattro.
Si può dire che è contenuto in tutti gli elementi e che tutti gli elementi provengono da lui.
Lo strumento di conoscenza del quinto velo limitante o kalā è il nirvikalpa samadhi (dove कल्प kalpa significa "età", "possibilità", "rituale")
Ogni velo corrisponde ad uno dei cinque elementi e lo spazio è contenuto in tutti gli altri elementi.
E questo significa che la conoscenza di ogni  singolo velo limitante (così possiamo definire il samadhi savikalpa) apre alla possibilità di "accedere " al nirvikalpa samadhi.
Nelle scritture, "dopo" ciascun samadhi savikalpa è infatti citato un samadhi nirvikalpa.
Il primo tipo di samadhi "senza seme" è detto nirvitarka.
Patanjali lo cita nel sutra I,43;

"smriti partisuddhou svarupa sunyeva artha matra nirbasa nirvitarka"

Nella traduzione di Raphael:

"Quando la memoria è purificata e la mente perde la sua propria forma e soltanto la conoscenza reale dell'oggetto (di concentrazione) risplende, si ha lo stato di concentrazione senza argomentazione (nirvitarka)".

Nirvitarka samadhi in altre parole è la comprensione della "vera forma" dell'oggetto e di ciò che di quella vera forma è "causa", ovvero ciò che in un fenomeno è definito भाति bhāti, la luce propria di un oggetto, senza le sovrapposizioni create dalla mente.
Nirvitarka è il gradino che permette il passaggio al samadhi detto vicāra o savicāra.

martedì 29 ottobre 2013

TECNICHE OPERATIVE

"[...]tale conoscenza non è per nulla comunicabile in parole, come lo sono le altre, ma dopo una lunga convivenza indirizzata appunto all'oggetto e dopo che si è vissuti assieme, istantaneamente - come la luce che scaturisca da fiamma palpitante - una volta sorta nell'anima, è lei stessa a nutrire se stessa"

Platone, Settima Lettera, 341 c-d






Negli ambienti dell'Advaita Vedanta occidentalizzato, si parla spesso di Tradizione unica e di identità di pensiero tra filosofi indiani (Patanjali, Gaudapada, Shankara) e occidentali (da Platone ad Agostino, sino alla filosofia tedesca del XIX e XX secolo), ma se in Oriente si parla diffusamente di tecniche operative , nella nostra cultura ci si limita a pochi accenni generici o addirittura se ne nega l'esistenza.
I possibili motivi di questa lacuna sono almeno tre:
1) l'ignoranza comune che va a sovrapporsi alla cosiddetta ignoranza metafisica.
La maggior parte degli studiosi che si accosta a Platone o Agostino, non ha le capacità per comprendere Platone ed Agostino.
(Un commentatore che tramuta le sirene alate in pesci perché confonde le pinne con le penne, o traduce gomene con cammello pensa che cosa può combinare con la Filosofia Realizzativa! Eppure è ciò che è successo e nel nostro immaginario Cristo è un surrealista che vede i cammelli infilarsi nelle crune degli aghi e le pinne hanno definitivamente sostituito le penne delle sirene alate ).

2) L'invenzione del diavolo, ovvero la trasformazione delle energie ctonie in causa di atti demoniaci ed effetto di una entità malefica, che ha portato ad osservare con sospetto e paura gli stati in cui le capacità di controllo e di analisi razionale sono limitate o assenti.
Quasi che la perdita del controllo della mente raziocinante liberasse automaticamente dei demoni infernali nascosti nel nostro inconscio.

3) L' inversione dei principi.
Ciò che veniva definito Solare è divenuto Lunare e viceversa.
L'intuizione legata alla abbacinante conoscenza solare , ciò che viene definito nello yoga Buddhi, è stata relegata alle atmosfere notturne dell'inconscio .
La riflessione , ovvero la capacità di operare delle scelte in base a dubbi e probabilità, ciò che nello Yoga è Manas, è divenuta , nel nostro immaginario, strumento precipuo della razionalità solare.

Tutto ciò che in Platone o Agostino poteva suggerire un rapporto intuitivo ovvero diretto , con il Reale, è stato in qualche misura eliminato o se ne è sminuita l'importanza
La manipolazione , involontaria o volontaria, di parole e concetti è prassi , purtroppo, comune.
Aristotele, ad esempio, è considerato il meno "mistico" (tra virgolette) dei filosofi greci.
Eppure scrive in "Eudemo" fr.10:

"[...]
"e l'intuizione dell'intuibile e del non mescolato e del santo la quale lampeggia attraverso l'anima come un fulmine, permise in un certo tempo di toccare e di contemplare, per una volta sola.
Percio' sia Platone sia Aristotele chiamano questa parte della filosofia l'iniziazione suprema, in quanto costoro [...] che hanno toccato direttamente la verità  pura, riguardo a quell'oggetto, ritengono di possedere il termine ultimo della filosofia, come in una iniziazione".

e in Sulla Filosofia, fr.15:
"[...] ciò  che appartiene all'insegnamento e ciò  che appartiene all'iniziazione.
La prima cosa giunge invero, agli uomini attraverso l'udito, la seconda, invece quando la capacita' intuitiva subisce la folgorazione: il che appunto fu chiamato misterico e simile alle iniziazioni di E
leusi"



Alcibiade, nel Simposio, descrive Socrate impegnato, all'alba, nella pratica di un non meglio identificato, Rito del Sole: si muove leggero come se cercasse qualcosa e poi si ferma , immobile, per ore ed ore.
Platone in Fedro (250, b-c) descrive decisamente l'esperienza del Samadhi.
Ma come può chi non ha fatto l'esperienza del Samadhi riconoscerlo nelle parole di Platone? 
L'uomo vede solo ciò che sa.