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lunedì 4 novembre 2013

ZA ZEN - STAR SEDUTI AD OSSERVARE IL TESORO


Basta sfogliare un quotidiano o andare su un qualsiasi forum internettiamo, anche di cucina per trovare la pubblicità di corsi di meditazione: meditazione zen, advaita, taoista, buddista, meditazione immaginale (?), meditazione karmica, meditazione con la spada...
  

Sicuramente è un bene che ci sia tanta offerta, ma ogni tanto, con pizzico di malizia, mi chiedo se le migliaia di istruttori che, presumo in buona fede, girano per palestre, circoli culturali e sale congressi insegnando a meditare, sappiano veramente di cosa parlano. 
A leggere i dépliant informativi meditare deve proprio essere una gran cosa: "mette in contatto con il proprio sé", "permette di gestire lo stress", "aiuta a sviluppare i propri talenti", "risveglia il guerriero (?) interiore", "guarisce le malattie (psicosomatiche e non solo)", e risveglia il desiderio sessuale. 
La cosa più strana, per me che pratico yoga da quarant'anni, è che si propone la meditazione come una disciplina o appunto una cura, svincolata dalle altre "tecniche". 
Già perché la meditazione è una delle fasi, più propriamente tecniche, del sadhana (addestramento) dello yoga.
In sanscrito si dovrebbe dire Nididhyasanam, ma è un termine che si trova abbastanza raramente. Si preferisce usare la sua forma contratta "dhyana"
Tradurre Nididhyasanam o dhyana con meditazione, a dir la verità, non sarebbe nemmeno tanto giusto:  quello che la maggior parte di noi occidentali intende per meditazione, in sanscrito è mananam, che sta per "usare la mente", ma  diciamo che non è il caso di mettersi spaccar capelli in quattro....
La radice di nididhyasanam è dhyo–dhy che significa vedere, osservare ed è tradotta con Chan in cinese che i giapponesi leggono Zen
āsana significa postura, ma anche "trono" o "seggio" e in giapponese si può tradurre con sei za, per cui za zen, alla fin fine, non è altro che la traduzione letterale di nididhyasanam.
Le prime due sillabe, Nidi vogliono dire "brillare sopra", ma è anche una maniera per indicare sia il brahman sia (nidhi) un tesoro.
A pensarci bene il significato profondo di za zen o nididhyasanam potrebbe essere  proprio questo: "stare seduti ad osservare il tesoro", che secondo me è una definizione fantastica.
Questo tesoro consiste nel far convergere tutte le energie mentali [एकाग्रता ekāgratā] in un unico flusso, detto प्रवाह pravāha o निर्झरी nirjharīनिरोध nirodha, che
 nello zen viene indirizzato in un azione fisica (tiro con l'arco, estrazione della spada , calligrafia ecc.) o in un koan, esattamente come avviene nello yoga, con asana, sequenze e mantra.
Il mantra vedantico Ko'ham ad esempioè (anche) un Koane così come i Koan vengono assegnati ai monaci buddisti e ai samurai, il Ko'ham viene assegnato ai monaci degli Shankaramath e agli yogin
"Monaci", "samurai" e "yogin", cioè praticanti esperti per i quali la meditazione è solo una delle fasi del sadhana.
La meditazione sul Ko'ham non è una riflessione (mananam), ma qualcosa d'altro. 
Qualcosa che porta alla "autentica" comprensione delle scritture e quindi al sahaja samadhi o stato naturale (permanente) della mente, una cosetta leggera, insomma.
Per andare sul personale, quando ho lavorato con i monaci della setta Gelugpa, mi facevano mettere in padmasana (la posizione a gambe incrociate) con gli occhi fissi sulla "gobbetta" (non sulla punta!) del naso, controllavano fino allo sfinimento l'allineamento di schiena e testa, e la posizione delle mani e mi chiedevano di meditare dopo 108 ripetizioni di un mantra (japa). Considerando che all'inizio, si lavorava su tre mantra alla fine, tra preparazione della posizione, ascolto della respirazione, recitazione e meditazione, si stava in padmasana una media di tre ore, un agonia! 
Mi chiedo (polemicamente, è chiaro): ammesso e non concesso che i miei istruttori non fossero dei pazzi pericolosi, siamo sicuri che la meditazione di cui si parla nei corsi di counseling filosofico o di marketing sia quella roba di cui parlano Patanjali, Shankara o Milarepa?
Za zen significa star seduti ad osservare il tesoro, ma cosa è che luccica là dentro? Oro e diamanti o vetro ed ottone?


mercoledì 30 ottobre 2013

SAMADHI COME STRUMENTO DI CONOSCENZA

Il samadhi è strumento di conoscenza,
Pensarlo come un punto d'arrivo si dice sia un errore abbastanza comune, tanto che in alcune scuole sia visto come realizzazione.
Patanjali nel libro terzo degli yoga sutra, chiarisce che il Samadhi è परिणाम pariṇāma, parola che significa cambio, modificazione, alterazione.





Ma cosa è il samadhi
Meditiamo su un punto di luce.
All'inizio si avranno tutta una serie di pensieri che riguarderanno sia il punto di luce che eventuali stimoli esterni.
Poi, piano piano la mente porterà la totale attenzione sul punto di luce e si trasformerà, apparentemente , nel punto di luce.
Supponiamo che questa apparente trasformazione si esprima con la visione di una specie di uovo luminoso e palpitante che emerge dall'oscurità.
Se osservo l'uovo palpitante che emerge dallo spazio si tratterà di una "meditazione con seme".
Ci sarà un soggetto percepente (io che guardo) e ci sarà l'oggetto percepito (l'uovo).
Ad un tratto questa distinzione scompare e si perde la coscienza della distinzione.La mente dopo un periodo più o meno lungo riprenderà il sopravvento ed esaminerà, con sorpresa alcune modificazioni percettive: non si avrà, ad esempio, la sensazione del corpo.
Oppure si percepirà l'interno del nostro cranio come un insieme di gocce di luce, oppure ancora non si avvertirà differenza tra lo spazio interno ed esterno ecc. ecc.
La sensazione di piacere potrà essere assai forte e cercando di ritornare nello stato di veglia ci si troverà immersi in un mondo nuovo, l'aria potrà sembrare densa come gli oggetti grossolani o questi potranno sembrare sottili come l'aria.
Il corpo apparirà più leggero o addirittura si avrà difficoltà a muoversi.
I colori ed i rumori saranno in genere più vivi e si avrà la possibilità di udire suoni mai uditi prima e colori mai visti primi.
Si potrà avere la sensazione di vivere contemporaneamente nel passato e nel presente o nel sogno e nella veglia.
Si avrà la consapevolezza di un qualcosa che è accaduto senza sapere che cosa sia accaduto.
Si potrà avere la sensazione di poter fare qualsiasi cosa e di poter comprendere qualsiasi cosa.
Uno stato di alterazione che può durare da pochi minuti a mesi interi e che può spaventare, se non si sa di che si tratta.
Una volta che l'oblio ci ha ricondotti alla piena coscienza di veglia,  quello stato potrà diventare una fonte di desiderio.Ciò che dovrebbe sapere il meditante è che la pratica consiste nel prendere confidenza non con questo stato (collegato in alcuni casi alla manifestazione di siddhi o poteri psichici), ma con il momento in cui, dopo la scomparsa (nel caso che abbiamo fatto in precedenza, per fare un esempio) della percezione dell'uovo di luce (e prima dell'insorgere della volontà di esaminare il proprio stato o la propria posizione o la propria percezione) non si è coscienti di ciò che accade.
Quell'attimo di apparente "non esserci" è ciò che viene definito क्षण kṣaṇa, "la fessura in cui neppure un capello può entrare" di cui parlano i samurai.
Questa sensazione non sensazione, di cui lo stato di alterazione successivo altro non è (apparentemente?) che una conseguenza, è il flusso निरोध nirodha, la condizione in cui "la mente riposa in se stessa".