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mercoledì 18 dicembre 2013

LA PAURA




Mi piacciono i versi dei Veda.
Sono poesia e scienza insieme, il che può apparire strano per noi abituati, erroneamente, a pensare che la scienza sia una roba fredda, razionale in antitesi con la passione creativa dell'artista.
La poesia è rivelazione è arriva, oggi come cinquemila anni fa, oltre i confini della logica, in quegli spazi infiniti davanti ai quali  la mente umana, attonita  non può che arrendersi.
Una delle immagini poetiche più ricorrenti nei testi vedici è quella del Cigno immerso in un fiume o in un oceano di latte (cfr. Atharva Veda,XI,4,21).
Significa tante cose il Cigno: è una delle costellazioni più luminose della Via Lattea (l'Oceano di Latte!), sicuro riferimento degli antichi naviganti; è un asana dello Hatha Yoga; è il Purusha (l'uomo universale) ed è il Brahman.
Ma è anche la Paura, l'ansia di incompiutezza che spinge l'essere umano a cercare delle stelle con cui possa orientarsi non nell'oceano indiano o oltre le colonne di Ercole, ma in quel fluire a-logico che chiamiamo vita.
Nella Mundaka Upanishad (I,4-5) il Cigno viene trascinato nelle acque del divenire, la "Ruota" di Brahman, Mahakaal per i tantrika.
Ed è solo, e spaventato, come il marinaio nel Maelström di Poe.



Paura in sanscrito si dice भय bhaya.
Di solito Ya, a prescindere dal significato letterale sta ad indicare il jiva, l'anima individuale e bha è legato alla radice भा bhā che significa luce, luminescenza.
I Veda ci raccontano che la paura nasce con la consapevolezza di esistere: Io sono qui, un guscio di noce trascinato dal mare in tempesta, sbattuto qua e là da onde che non posso controllare.
Il cigno della Mundaka Upanishad è così sorpreso da non riuscire neppure a volare, da dimenticarsi che, al pari dei petali del loto, le sue piume non temono l'acqua.
La paura di vivere è soprattutto la consapevolezza di non poter controllare gli eventi, le passioni, i desideri.




Di non poterle controllare come INDIVIDUO.
Ma l'individuo cos'è? Non è forse ciò che chiamiamo EGO.
L'ego è l'insieme delle relazioni con l'ambiente esterno, una serie di azioni e reazioni dovuti al contatto con qualcosa "altro da me",azione e reazioni che portano alle modificazioni (atteggiamenti) della mente che  Patanjali chiama vritti.
Alla fin fine le vritti di cui si parla e straparla tanto nello yoga non sono altro che l'individuo o  la persona umana e se pratichiamo, meditiamo, recitiamo mantra per "sospendere" o eliminare le vritti, stiamo lavorando per "morire a noi stessi".
Lo Yoga è l'arte di morire in piedi.
Ma quello che muore è il fantoccio dell'ego, vuoto simulacro intessuto con i fili della paura, dell'orgoglio, del desiderio.
Ciò che spinge a muoverci verso un oggetto è piacere e desiderio.
Ciò che spinge a fuggire da un oggetto e disgusto e paura.
Ed in questa dinamica riconosciamo ciò che comunemente si definisce vita.
Per sopravvivere alla Paura ci sono varie strade:
Alcuni mettono in dubbio la reale esistenza di quegli oggetti il cui contatto provoca azioni e reazioni chi ne fa le spese è (o dovrebbe essere) l'ego che vede le sue certezze svanire inesorabilmente.
Svanisce  l'idea/immagine che si ha di se stessi, e insieme vediamo  modificarsi l'ambiente con le sue categorie di tempo e spazio.
Ma la caduta di queste certezze (o il dubbio....) crea ancora più paura, maggior consapevolezza di non essere padroni del nostro destino.



Se cammino in una strada buia e improvvisamente mi si para davanti un cane enorme con la bava alla bocca e gli occhi da pazzo è ovvio che insorga la paura, intesa come normale reazione dell'organismo ad un impulso aggressivo E' quella paura lì che fa battere il cuore più forte, fa allargare i polmoni fa tremare le gambe: l'organismo si sta preparando, senza l'intervento della mente raziocinante, alla fuga o al combattimento.
A livello biochimico significa che l'organismo sta producendo noradrenalina.
Anche gli effetti opposti (il sentirsi svenire, il percepire estrema debolezza e battito cardiaco ridotto) sono una reazione naturale: l'organismo sta producendo endorfina ed altri neurormoni per mettere in atto la difesa passiva, il "fare il morto", difesa tipica anche di altri mammiferi e di insetti e rettili.
La paura che insorge nello yogin è altra cosa: è il panico di chi improvvisamente si ritrova, da solo, in un deserto silenzioso o nell'oceano in tempesta. Il Cigno dei Veda  trascinato dalla ruota di Brahman.
Non ci sono case, non ci sono volti familiari, non c'è niente che possa dare certezze e sicurezze.
Tutto appare "desueto".
Freud in un suo saggio chiama queste sensazioni "Il Perturbante".
Spesso è panico immotivato (apparentemente) altre volte è collegato a fenomeni: un conto, ad esempio, è dire "il tempo non esiste".
Cosa diversa è realizzarlo e, ad esempio, sognare ogni notte ciò che avverrà il giorno dopo. oppure ritrovarsi in piena coscienza a vivere episodi che sappiamo essere accaduti cento o mille anni prima.
Un conto è dire che "il corpo fisico è apparenza fenomenica", cosa diversa è realizzarlo e, ad esempio appoggiarsi ad un muro, per strada,in preda ad un capogiro e passarvi attraverso come un coltello nel burro.
La paura dello yogin è sempre collegata a contenuti psichici irrisolti, a resistenze opposte dall'ego che "naturalmente" si agita e combatte per non morire.
Il potere, immenso, della mente, porta alla costruzione di una vera e propria fortezza con torri merlate , ponti levatoi e guardie armate (i guardiani della soglia?).
Per distruggere la fortezze i mezzi ordinari sono inefficaci.
Servono la spada o l'arco magico di Shiva,  la lancia di Skanda, le arti guerriere e la totale dedizione di Hanuman. 
Nella Bhagavat Gita, Arjuna dovendo scegliere tra un istruttore che non parteciperà alla battaglia e cento trai guerrieri migliori, non ha dubbi: sceglie Krishna, l'Auriga. 
Sa già come andrà a finire, ma poi si rifiuta di combattere e  le sue motivazioni sono assai comprensibili, giuste, razionalmente ed umanamente ineccepibili:-"perché dovrei combattere e tentare di uccidere i miei parenti? le persone che amo?"-
-"Perché sono già morti"- risponde l'Auriga.
Che i morti seppelliscano i morti!
L'Ego per difendersi ti schiera davanti una serie di ostacoli rappresentati da motivazioni di ordine morale, razionale, estetico, ma lo yogin mosso dalla febbrile aspirazione alla verità (che è la qualificazione principe del praticante) sa nel profondo del suo cuore che si tratta di fantasmi, di fantocci.
Se si è deciso non c'è possibilità di nascondere le ali.
La paura, nello Yoga, è una fedele compagna di viaggio: non ti abbandona mai. 


venerdì 8 novembre 2013

LO SPAZIO DELL'ANIMA

Una parola che ho incontrato spesso nei testi indiani è विस्मय vismaya.
Vuol dire "stupore", "meraviglia", "restare attoniti" ed è lo stato d'animo di chi comincia ad approfondire la via dello yoga.
-" vismayo yogabhūmikāḥ "- si legge negli Shiva Sutra, ovvero lo stupore pervade il cammino [ "bhūmikā" significa "step", "parti", "terreno"] dello yoga, e devo ammettere che più pratico e studio e più provo meraviglia.
L'impianto teorico dello yoga, è pazzesco: ogni gesto corrisponde ad un'energia del cosmo, ogni asana ad una costellazione, ogni parte del corpo ad un suono e ad un elemento della natura, ma ancora più pazzesco è scoprire che queste corrispondenze sono reali, sperimentabili, oggettive.



Nei testi vedantici, ad esempio, si parla di cinque azioni fondamentali associate ai cinque elementi: 

1) afferrare - Aria;
2) muoversi - Fuoco; 
3) parlare - Etere;
4) defecare - Terra; 
5)procreare - Acqua.



Tutte le altre le azioni dell'essere umano sono proiezioni/evoluzioni di queste cinque.
Ogni azione sarà resa possibile da un organo particolare: l'organo dell'afferrare è la mano, l'organo del muoversi (l'andare)il piede, l'organo del mangiare la bocca, l'organo del defecare l'ano e l'organo del procreare il sesso.
Ma la mano può servire anche per lanciare qualcosa, per carezzare, per muoversi (se sono carponi  ad esempio).
Il piede a sua volta serve anche per lanciare, ma lo si può usare anche (perché no?) per carezzare.
Con la bocca si mangia ma si può anche lanciare qualcosa (quando vomito o quando sputo) o afferrare (quando mordo qualcuno o qualcosa).
Ogni organo d'azione può svolgere una serie di funzioni che sono una combinazione delle cinque azioni principali e 
può compiere azioni verso l'esterno e verso l'interno.
La mano afferra e quindi porta qualcosa dall'esterno all'interno, oppure lancia (e quindi porta qualcosa dall'interno all'esterno)
Ogni organo d'azione ha una duplice funzione che possiamo collegare al ritmo esterno-interno.


Ognuna delle cinque azioni si può definire a sua volta una proiezione/evoluzione dell'azione primaria: respirare.

Tutti gli organi d'azione, alla fin fine, sono figli dell'Aria detta in sanscrito वायु vāyu o प्राण prāṇa e il loro, chiamiamolo così, centro di comando o centro motore e in un corpo particolare, detto prāṇomayakośa, o guaina/ involucro (kośa) fatta di (mayaprāna.
L'essere umano per gli yogin, è costituito da cinque diversi corpi, o guaine o involucri, detti appunto kośa, infilati uno dentro l'altro come le bambole della matrioska.
Ci sono una guaina fisica ( il "veicolo" ossa, muscoli, pelle...), una delle energie (la guaina del prana), una delle percezioni (guaina del manas), una dell'intuizione (guaina di buddhi) ed una della "beatitudine"(ananda). 
La guaina fisica dipenderà ovviamente dalla guaina dell'azione, quella dell'azione dalla guaina della percezione e così via.
L'interdipendenza dei kośa è cosa ovvia: se non percepissi un oggetto , ad esempio, come potrei afferrarlo?
Per afferrare un oggetto devo averne percepita la presenza:
devo averlo visto o devo aver ascoltato il suono che fa.
Devo avere poi la possibilità di sentirne il peso e la consistenza con le dita ed il palmo: se non ci fosse il senso del tatto non potrei mai afferrare qualcosa.
La capacità di azione, la guaina delle energie, dipenda dalla capacità di percepire.
La capacità di percezione risiede nella guaina (kośa) delle percezioni, ovvero mano (मनस् manas)- maya - kośa, formata dalla mente percettiva e dai cinque organi di senso: udito, tatto,vista, gusto, odorato.

L'Udito è la capacità di percepire il suono.
Il Tatto è la capacità di percepire la superficie (ruvido-liscio), il peso (pesante-leggero), la temperatura (caldo- freddo), la consistenza (duro-morbido) di un oggetto.
La Vista è la capacità di percepire la luce ed il colore (bianco-giallo-rosso-blu....).
Il Gusto è la capacità di percepire il sapore (dolce-amaro-acido....)
L'Olfatto è, infine, la capacità di percepire gli odori.
E' particolare, il senso dell'olfatto: gli odori sono in realtà delle particelle di materia che vengono assorbite direttamente dal cervello.
Il nervo olfattivo, infatti, è diverso da tutti gli altri: è una propaggine degli emisferi celebrali che si spinge, attraverso le nari, quasi all'esterno del corpo.


L'Olfatto è  indissolubilmente legato all'elemento Terra,
così come il gusto è legato all'elemento Acqua, la vista all'elemento Fuoco, Il tatto all'elemento Aria ed il Suono all'elemento Etere.
Strana cosa queste della percezione...
Se  siamo in dieci persone in una stanza buia ed accendo una lampada, tutte e dieci vedranno la stanza illuminarsi, 
ma ognuna di esse vedrà cose diverse: tutti gli altri ad esempio vedranno il mio volto e i miei occhi, ma io non potrò vedermeli. 
E questo vale per ciascun "veggente", ognuno percepisce una realtà diversa e nessuno è in grado di percepire la realtà come la vede un altro.
Ma torniamo agli elementi, che cosa sono?
Sulla spiaggia, di notte, avrò possibilità di sperimentare direttamente le qualità dell'Acqua (il mare davanti a me), della Terra (la sabbia), del Fuoco (il falò che ho acceso), dell'Aria (la brezza notturna).
E lo Spazio?
Se ci rifletto un pochino  dovrò ammettere che tutti gli altri elementi dipendono dallo Spazio mentre lo Spazio non dipende da essi.
Non solo.
Il fuoco potrà essere spento dall'acqua.
Per Terra si intende tutto ciò che è allo stato solido.
Per Acqua tutto ciò che è allo stato liquido.
Per Aria tutto ciò che è allo stato gassoso.
Per Fuoco tutto ciò che ha le caratteristiche di luminosità e calore.

Dell'acqua messa a bollire sul fuoco diventerà Calda (Il calore è caratteristica del fuoco) e ciò significa che contiene nella sua struttura interna "un po' di fuoco".
Se verso del sale (terra) nell'acqua questo vi si discioglierà mostrando la sua capacità di farsi Acqua.
L'Aria sotto forma di vento potrà smuovere le onde, spostare la sabbia, ravvivare o spegnere il fuoco.
A sua volta il Fuoco produce Aria.
Basta mettere un pezzetto di carta sopra un falò per accorgersi della spinta verso l'alto causata dalle fiamme e chi ha avuto la sventura di assistere ad una valanga potrà testimoniare che anche la terra produce Aria e così l'acqua di una cascata.

In ogni elemento c'è una porzione degli altri e l'esistenza di ogni elemento è condizionata dall'esistenza degli altri.
Ogni elemento dipende dagli altri quattro, a parte lo Spazio आकाश ākāśa, il più misterioso principio della natura.
Lo Spazio è indefinibile e non dipende in nessun modo dagli altri elementi
Anche se frasi come "non c'è più spazio" o c'è poco spazio" sono di uso comune, è evidente che lo Spazio non può essere, veramente, limitato in alcun modo.
Lo Spazio è indeterminabile e senza Spazio nessun fenomeno potrebbe aver luogo.

Se riprendiamo l'esempio fatto in precedenza ( "IL VUOTO, LA FORMA E..." ) vedremo che l'unica cosa che differenzia lo Spazio "contenuto" in una teiera da quello "contenuto"in una stanza sarà dato dal contenuto: preparare il tè sul pavimento di una stanza non mi darà modo di berlo.
La possibilità di preparare e assumere la bevanda calda in qualche modo qualifica in maniera diversa lo spazio della teiera e quello della stanza.
D'altra parte se la teiera non fosse riempita con acqua calda e foglie di tè non potrebbe svolgere la sua funzione.
La "teiera" corpo umano è riempita delle esperienze del piacere, del dolore, della rabbia ecc.
Per usare termini della filosofia indiana, l'involucro (kośā) potrebbe essere considerato espressione di पृथ्वी pṛthvī, il contenuto di प्रकृति prakṛti:
Lo spazio, che viene qualificato dalla forma in base alla sua capacità ( o volontà?( di ospitare e rendere fruibile il contenuto, potrebbe invece essere assimilato a पुरुष puruṣa.

Il sentire, il deliberare, l'agire sarebbero quindi frutto della prakṛti e così come il tè non è fruibile se non nella teiera, dentro il corpo umano non potrà che alloggiare il jiva individuato. 
L'anima umana è tale solo perché è contenuta nel corpo. 
Non ci può essere anima senza corpo e non ci può essere corpo senza anima.
E così come il tè può essere nero, verde , di buona qualità o cattiva qualità, così l'essere umano apparirà di volta in volta, biondo, moro, grasso, magro bello, brutto, buono cattivo, ma lo spazio interno non verrà in nessun modo condizionato dalle qualità fisiche, dalla cultura o dal carattere  dell'individuo.
Lo Spazio è illimitato, indeterminabile e privo di relazioni con gli altri principi della manifestazione


lunedì 4 novembre 2013

VEGLIA, SOGNO E SONNO PROFONDO

Si dice che visva, taijasa e prajna siano stati di coscienza.
In genere si fa  per semplificare.
in realtà sono persone.




Lo stato di coscienza di veglia è jagrat ( जागृतः jāgṛtaḥ= svegliato) ed il jiva incarnato in quello stato di coscienza si chiama jagari,
Lo stato di coscienza di sogno è invece svapna e quello di sonno profondo è invece susupti.
Visva, taijasa e prajna sono quindi i "corpi".
In pratica il jiva incarnato ha tre possibilità di coscienza, tre luoghi.
ed in ognuno di questi luoghi sogna , per così dire, un corpo.
Taijasa è il luminoso perché non ha bisogno, per essere visibile, di altra luce se non quella interiore.

-"Egli [il jiva] sogna tramite la sua propria luce"-

Possiamo parlare di tre persone diverse, visvataijasa e prajna, che sono prodotte dal "movimento" del jiva su tre piani diversi, jagrat, svapna e susupti.
Tre diversi palcoscenici e tre diversi "ruoli" frutto del sogno del jiva (coscienza individuale) , quindi auto-prodotti.
 Nello stato di sonno profondo  il jiva gode contemporanemente delle tre "modificazioni" che si dice siano prodotte della non conoscenza del sé: ignoranza, egoismo, felicità.
Il jiva nello stato di sonno profondo, privo di dolore e conflitto, gode di se stesso. Quello significa che questo stato, considerato da alcuni " elevato" è quello che più allontana la possibilità dell'illuminazione.
Nello stato di sogno  invece ci sarà più consapevolezza rispetto allo stato di sonno profondo, ma questa consapevolezza non potrà ovviamente essere totale.
Dallo stato di sogno è facile cadere nel sonno profondo. 
Ed è facile scivolare nella non consapevolezza e chiamarla risveglio [come accade con certe droghe psicotrope], dimenticando che tutti i fenomeni, piacevoli e spiacevoli, che sperimentiamo nello stato di sogno sono auto-indotti.Lo stato di veglia è l'unico che può essere vissuto con piena consapevolezza.
Una consapevolezza che deve essere portata prima nello stato di sogno e poi nello stato di sonno profondo.
La coscienza dell'identità con il Brahman può essere realizzata  solo nello stato di veglia.
Una volta compreso e realizzato che la realtà di veglia è apparenza fenomenica [NB. "apparenza fenomenica" non illusione] si può procedere ad "illuminare" con la luce della coscienza anche gli altri due stati fino a comprendere che anche visva, taijasa e prajna, nel loro insieme altro non sono che un sogno sognato da un dio che dorme "dentro di noi".Per dirla in termini di Samkhya, c'è un solo purusha, ma indossa costumi diversi a seconda dal luogo in cui si trova.