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mercoledì 13 novembre 2013

L'ATTORE E IL MISTERO DELLA PRIMA

Ogni persona (parola che in etrusco significa "maschera") è la rappresentazione "artistica" di un'idea o divinità con determinate caratteristiche , funzioni ed attributi, anzi potremmo dire che è la forma visibile di una vibrazione.





La "Persona" con la "P" maiuscola è il guerriero, l'amante divino, la danzatrice sacra che in qualche modo a "livello vibratorio(?)"vivono dentro di noi. 
A volte, nei momenti di crisi o di grande intensità emotiva la Persona, la divinità, emerge. 
Possiamo chiamare questa Persona "Corda Coscienziale". 
Una particolare vibrazione, una coloritura o qualità della vibrazione fondamentale, l'Aum.
E' relativamente facile, una volta "accordata" la propria corda coscienziale, vibrare all'unisono con l'universo. 
E' difficilissimo, nella nostra società svelare la propria tonalità nel frastuono creato dagli innumerevoli piccoli io che si agitano per fingere di avere un'esistenza propria. 
Tutti i piccoli io che compongono ciò che definiamo (con involontaria ironia) identità inalienabile o individualità non sono altro che echi della corda coscienziale, riflessi della Persona che dorme dentro di noi, e, in quanto riflessi, ripropongono, in scala, i medesimi meccanismi che hanno condotto all'individuazione, alla prima determinazione ovvero alla creazione del mondo sensibile.





Se lo scopo della vita, secondo lo Yoga, è l'identità con l'assoluto, i piccoli io lottano per aggregarsi in un qualcosa che possa rassomigliare all'Essere e tendono a mitizzare ed esaltare le singole individualità per costruire un feticcio ad immagine del dio unico. 
La "realizzazione"  diviene sinonimo di SUCCESSO, di pieno sviluppo delle "proprie" possibilità creative e produttive. 
Non potendo, il frammentato io empirico, lavorare sul piano della qualità, si riduce a cercare la risoluzione dell'ansia di incompiutezza nella quantità'. 
Se lo scopo del capofamiglia è quello di garantire la sopravvivenza di moglie e figli (cibo quotidiano, abiti per proteggersi dal freddo, un tetto per proteggersi dalla pioggia), lo sciocco io empirico arriva a pensare  che se è bene avere pane averne tanto con l'aggiunta di companatico, dolce, frutta, amaro e caffè sarà meglio. 
Non si cerca più di garantire la sopravvivenza dei familiari, ma di mostrare la possibilità di sprecare. 
Se è bene procurarsi degli abiti per proteggersi dal freddo (pensa l'io empirico) avere tanti abiti sarà meglio. 
Se è bene costruirsi un tetto per proteggersi dalla pioggia costruirsi cinque o sei case sarà meglio. 

E ogni volta che lottiamo per stare meglio (ovvero avere di più) ci allontaniamo dallo stato naturale.




Ahamkara, che si traduce con ego, nello lo yoga è una funzione dell'"organo interno".
Ahamkara permette di  conoscere tramite la discriminazione tra interno ed esterno per cui è naturale che  si rivolga all'esterno.
Il problema nasce dall'identificazione della "Persona" con lo strumento del conoscere.
Ahamkara serve a "prendere le misure"ed è quindi incapace di percepire la "qualità", e per questo che  l'io fittizio si dedica, spasmodicamente,alla ricerca della "quantità", ma questa carenza qualitativa alla lunga condurrà insoddisfazione, dolore, senso di inadeguatezza e di inutilità. 




Nel fare teatro ho avuto modo di osservare uno strano fenomeno: 
più si avvicina la prima e più  l'emozione aumenta (per tutti: attori, costumisti, scenografi, regista). 
Un'eccitazione palpabile che diviene quasi insopportabile nell'attimo che precede, la sera dell'evento, l'apertura del sipario. 
Il giorno seguente (a prescindere dal responso del pubblico) l'energia è azzerata. 
La seconda replica di uno spettacolo è  penosa: gli attori, i tecnici, il regista sembrano tutti stanchi, mogi, annoiati, distratti. 
Dove è finita la gioia creatrice che li faceva tremare di passione fino a poche ore prima? 



Il lavoro dell'attore, un tempo sacro, è basato sull'ascolto e sull'introspezione. 
Sulla ricerca dei misteriosi processi psichici che danno autenticità ai gesti ed alle parole. 
L'attore o il danzatore lavorano (dovrebbero lavorare) per mettersi a nudo. 
La sera della "Prima" l'eccitazione è a mille perché si sta per "costruire" qualcosa. 
Si sta per realizzare qualcosa. 
il giorno dopo l'io sciocco ed ingenuo è costretto ad ammettere che quel qualcosa è stato si creato e realizzato, ma, non ha prodotto nessun mutamento sostanziale.
Non è successo ciò che si sperava: l'io è rimasto diviso!
L'io diviso non ha nessuna possibilità di risalire alla"sorgente" della conoscenza, perché  la sua natura lo porta ad apprezzare la quantità e non la qualità.
Le luci del palcoscenico e l'applauso del pubblico non hanno innescato l' incendio catartico, ma un fuoco fatuo che lascia inalterata la sensazione di incompiutezza, compagna fedele dell'uomo moderno dalla nascita alla morte. 
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lunedì 28 ottobre 2013

L'IO DIVISO E I SEMI DELL'IGNORANZA

Nei testi che parlano di advaita o di neo advaita Lsi trova spesso la parola saṃskāra tradotta e interpretata  con "semi" o " formazioni mentali". 
saṃskāra sarebbero dei virus che infettano la mente unica e incontaminata (mahat che equivale ad isvara) creando la molteplicità e  l'illusione dell'individualità.
Ho fatto una ricerca sui testi in sanscrito e sui dizionari on line e, come spesso accade, ho scoperto che il significato originale del termine è affatto diverso: i saṃskāra sono i "sacramenti", le iniziazioni. 



La società vedica procedeva per iniziazioni. 
Ne esistevano 18 tipi dette appunto संस्कार saṃskāra.
Le 18 iniziazioni che regolavano (regolano) l'esistenza terrena. 
Quando uno "diventava" studente, ad esempio, riceveva un'iniziazione: moriva il bambino e nasceva il ragazzo con un nuovo nome ed una nuova identità. 
Il padre di famiglia a sua volta uccideva (in maniera simbolica, ovviamente) lo studente e così via...
Nella società moderna figlio, padre, marito, amante, ricercatore convivono invece nell'apparente identità individuale, una struttura fittizia creata dalle relazioni familiari, alla quale va a sovrapporsi l'identità culturale (etnica o religiosa). 
in seno alla comunità etnica e religiosa si sviluppano poi altri gruppi o "reti sociali" nelle quali si creano nuovi bisogni e desideri non primari che vanno a sovrapporsi a loro volta  ai bisogni-desideri di figlio (figlia), marito (moglie), padre (madre), amante, amato.... 
La "struttura geometrica", inesistente di per sé che definiamo "Ego" o "piccolo io" si connette con altre strutture geometriche fino a costruire una rete inestricabile di bisogni, relazioni, ruoli che si sovrappone e in alcuni casi si sostituisce alla vita reale.

Un mito,  che ben rappresenta la cristallizzazione come "discesa nella molteplicità", è quello di Dioniso fatto a brandelli dalla spada dei Titani (Asura).
Dioniso riceve in dono da Efesto uno specchio. 
Ci gioca e finisce per innamorarsi/identificarsi con la propria immagine riflessa tanto da "dimenticarsi di sé". 
Qui, in quest'attimo di distrazione, intervengono i titani facendolo a pezzi e dando inizio al mondo come lo conosciamo. 
Ecco qua: quello che definiamo ioo individualità, non solo è apparente, ma è pure diviso (come affermava l'antipsichiatra Laing in un testo famoso negli anni '70)!. 
Un Io finto e parcellizzato. 
La difficoltà di accedere "veramente"agli insegnamenti dello yoga o del taoismo o dello zen nasce dalle caratteristiche della società moderna basata sul mito dell'ego e quindi strutturata in maniera completamente diversa da quella dell'India vedica, della Cina dell'epoca degli stati combattenti o dal Giappone dei samurai. 
Questo non significa che in quei luoghi e in quelle epoche si vivesse "meglio". 
Non significa che le società di Patanjali o Lao Tse o Takuan Soho fossero più giuste o più eque. 


Significa che quei pochi cui era dato accesso agli insegnamenti avevano maggior possibilità di comprensione. 
Tutto sommato, dal punto di vista "teorico", gli insegnamenti sono assai semplici: lasciando da parte, la metafisica, che a parte De Chirico non ho mai capito bene cosa sia, c'è un Essere, l'uno ontologico che si riflette nei singoli individui dando vita (?) a Persone costituite da una serie di veli o maschere sovrapposte al nucleo originale detto अन्तरात्मन् antarātman o atman interiore. Non bisogna certo essere dei geni per capire, almeno a grandi linee, il succo degli insegnamenti tra virgolette "tradizionali". 
Il problema è che la comprensione razionale, separata dalla PRATICA non è altro che l'ennesima sovrastruttura, l'ennesimo giochino della mente.