mercoledì 30 ottobre 2013

IL RITMO, IL PIACERE E LA LUCE INTERIORE

Per la filosofia indiana un fenomeno, per essere, tra virgolette "reale" (non una "lepre con le corna" o il "figlio di una donna sterile" come diceva Shankara) deve possedere  tre "qualità":
अस्ति asti (essenza - "lui/esso/lei" è),
भाति bhāti (luce propria, luce interiore,"effulgenza") e
प्रिय priya (piacevole, amabile, amato, desiderato, voluto).

Priya sta ad indicare la necessità di un fenomeno: un oggetto c'è perché ce ne è la necessità, e la necessità, per gli indiani, è la possibilità di trarne piacere (!).
La luce interiore, la necessità e l'essenza di un fenomeno sono oggettivi: una teiera è una teiera, c'è (ne ho una davanti in questo momento) ed è stata costruita in base ad un precisa idea che emerge dalla sostanziale identità tra forma e funzione
Se qualcuno affermasse che la teiera che ho davanti è un cappello sarebbe un deficiente. O un Marcel Duchamp che si prende gioco dei critici d'arte.




Si può obbiettare che non c'è una necessità assoluta dell'esistenza di una teiera:
si può vivere benissimo anche senza bere il tè e si potrebbe preparare il tè anche se non ci fosse la teiera.

La mancanza di una necessità assoluta ci dice che la  teiera non è un archetipo, non è un'Idea con la I maiuscola, ma è una proiezione/evoluzione, per esempio, della tazza.
La tazza è un contenitore, qualcosa che delimita una porzione di vuoto.
Nel momento in cui si concepisce e si "crea" una tazza (o un bicchiere) il vuoto (lo spazio) da essa delimitato comincia ad apparire diverso dal vuoto non delimitato dalla tazza.
Il vuoto delimitato dalla tazza sarà diverso dal vuoto delimitato dalla tomaia e dalla suola di una scarpa o dai muri di una stanza.

"L'intera manifestazione altro non è che la diversificazione apparente di porzioni più o meno grandi di vuoto (spazio) delimitate in maniera diversa".

La teiera è una proiezione/evoluzione della tazza.
La tazza, a sua volta è una proiezione/evoluzione della mano umana.

Se esaminiamo la mano nell'atto di "prendere" dell'acqua, si potrà arrivare alla conclusione che è, a sua volta,una proiezione di una delle cinque azioni che il corpo può compiere: l'azione di afferrare.
Afferrare, muoversi, parlare , defecare, procreare sono, per lo yoga,  le cinque azioni fondamentali che il corpo umano può compiere.
La mano è la proiezione dell'idea "afferrare".
Il piede è la proiezione dell'idea " muoversi".
La bocca è la proiezione dell'idea "parlare".
L'ano è la proiezione dell'idea "defecare".
L'organo sessuale è la proiezione dell'idea "procreare".

Tutte le azioni che può compiere il corpo umano sono a loro volta delle proiezioni/evoluzioni di queste cinque azioni principali
E queste cinque azioni, a loro volta sono una evoluzione/proiezione dell'azione "primaria": respirare.
Se respiro io immetto lo spazio esterno nell'interno del corpo.
Se espiro immetto lo spazio interno all'esterno del corpo.

Lo spazio è sempre lo stesso.
Ciò che immetto ed emetto sarà aria.
Senza aria l'essere umano non può vivere.
E' ovvio.
Se non può vivere non può nemmeno afferrare, muoversi, mangiare, defecare, procreare...
Quindi l'azione originaria è il respirare, un'azione che non dipende dalla volontà dell'individuo.
Arlecchino, in un celebre canovaccio della Commedia dell'Arte, cerca di uccidersi tappandosi naso e bocca, ma l'aria comincia ad uscire dall'ano (!!!!) e lui per la sorpresa apre bocca e naso e ricomincia a respirare suo malgrado. 
Il processo della respirazione ha bisogno di un interno e di uno esterno.
Ci sarà qualcosa "dentro" che si riempie e si svuota all'esterno ritmicamente.
Se non ci fosse l'alternanza (il ritmo) esterno-interno l'essere umano non potrebbe esistere.

Se si soffia aria in un palloncino senza mai fermarsi alla fine scoppia:
la inspirazione senza pause e senza espirazione porta alla distruzione.

D'altra parte un palloncino sgonfio non potrà cedere all'ambiente esterno neppure un nano grammo di aria.
L'aria senza ritmo, non è in grado , da sola, di assicurare l'esistenza del corpo umano.
Quindi il processo della respirazione sarà relativo al ritmo.



Per la teoria musicale il ritmo è differenza di accenti: 
il pendolo faTic-Toc dove  Toc sarà l'accento forte e  Tic l'accento debole.
Un valzer (3/4) sarà TOC TIC TIC.
Se si prende un corda tesa e la si fa vibrare, questa andrà, rispetto all'asse originario, una volta su ed una volta giù.
La vibrazione consiste nel movimento oscillatorio della corda, in alto ed in basso.

Il ritmo  invece "consiste nel porre l'attenzione del percepente su uno o l'altro dei movimenti della corda".
Il tempo è la percezione di certe frequenze medio basse (prendendo come riferimento il battito cardiaco come 1, 1 Hertz).
La melodia, infine,  consiste nel porre l'attenzione su questa o quella vibrazione medio alta.

La natura di ritmo, tempo e note musicali (quindi melodia) sarà la medesima.
Il ritmo è vibrazione, cioè suono.
La respirazione in definitiva è suono.
Il ritmo, nel caso specifico sarà la percezione della diversa qualità sonora di "esterno ed interno".
Senza discriminare tra spazio esterno e spazio interno non ci sarebbe neppure il concetto di respirazione, non ci sarebbe neppure il concetto della vita dell'essere umano.
Lo spazio interno della teiera potrà essere riempito di tè, così come lo spazio interno del corpo umano potrà essere riempito di coscienza.
Appariranno diversi tra loro tanto lo spazio interno ed esterno alla teiera tanto lo spazio interno ed esterno al corpo umano, ma sarà appunto "apparenza".
Se voglio bere il tè, sarò io a riempire la teiera, ma chi riempie di coscienza/individualità la "teiera" corpo umano?
Se fosse il piccolo "io ", l'anima individuale, a farlo sarebbe come pretendere che il tè decida da solo di infilarsi nella teiera.



Esistono vari tipi di Tè, bianco, nero, verde, giallo, rosso....
Così come esistono vari tipi di individualità umana.

Se la necessità di un fenomeno è la possibilità di goderne, Priya, viene da chiedersi quale piacere un ipotetico Creatore potrà provare nell'immettere nelle teiere/corpi umani, individualità così lontane tra loro come , ad esempio Hitler e Ramana Maharishi.
Possibile che vi sia "necessità" di entrambi, nella manifestazione?
Forse le cose sono più complesse di ciò che sembra.
O forse più semplici.

Quello che chiamiamo ईश्वर īśvara, il creatore, sta all'universo come il जीव jīva sta all'essere umano.
Essendo causa della manifestazione, īśvara sarà "relativo" all'effetto jīva.
Se non ci fosse la manifestazione non ci sarebbe neppure il Creatore.
Così se non ci fosse il corpo umano (i "cinque involucri") non ci sarebbe il जीव jīva. 
īśvara è la causa della manifestazione.
jīva è la causa dell'individualità.

STATI COSTITUTIVI DEI GUNA

I quattro tipi di samadhi savikalpa sono in realtà "momenti" di percezione dei cinque elementi.



Vitarka o savitarka samadhi è la comprensione dell'unità della manifestazione grossolana rappresentata/percepita dalla parte "tamasica" degli elementi, ovvero, per parlare del corpo, gli organi fisici di azione e percezione:

1) Spazio = Bocca, Orecchio
2) Aria = Mano, Pelle.
3) Fuoco = Piede, Occhio.
4) Acqua = Organi Genitali, Lingua.
5) Terra = Ano, Naso.

Vicāra o savicāra samadhi è la comprensione dell'unità della manifestazione sottile rappresentata dalla parte "rajasica" dei cinque elementi, ovvero:

1) Spazio = Azione del Parlare
2) Aria = Azione dell'Afferrare.
3) Fuoco = Azione dell'Andare.
4) Acqua = Azione del generare.
5) Terra = Azione dell'evacuare.

Ānanda o sānanda samadhi è la comprensione dell'unità della manifestazione sottile rappresentata dalla parte "sattvica" dei cinque elementi, ovvero:

1) Spazio = percezione del suono
2) Aria = percezione tattile.
3) Fuoco = percezione della luce/forma
4) Acqua = percezione del sapore
5) Terra = percezione dell'odore.

Asmitā o sasmitā è la comprensione di ciò che è manifestato e manifestabile, ovvero dei cinque elementi qualificati (saguna) solo potenzialmente.
Ognuno di questi stati percettivi viene associato ad uno dei quattro stati costitutivi dei गुण guṇa.
Si legge in yoga sutra II,19:

"visheshavishesha lingamatralingani gunaparvani"


Nella traduzione di Raphael:

"Gli stati costitutivi dei guṇa sono: lo specifico, il non specifico, il differenziato e l'indifferenziato".

Esaminiamo le singole parole con l'aiuto del dizionario:
विशेष viśeṣa significa: "speciale", "peculiare", "specifico", "varietà", "distinzione", "specie".
Con la a privativa, aviśeṣa, significa: "non peculiare", "non distinto", "non specifico".
लिङ्ग liṅga, significa: "pene", "fallo", "marchio", "genere", "caratteristica di base".
मात्र mātra significa: "un elemento", "la materia elementare","una certa misura", "una certa quantità", "una certa somma", "una certa durata". 
ālińgana sta invece per "abbraccio", "abbracciare" ecc., ad indicare la mancanza di differenziazione.
पर्वन् parvan significa: "nodo", "periodo", "giuntura", "ricorrenza" ecc.
Torniamo alla Traduzione di Raphael, e prendiamola per buona:

"Gli stati costitutivi dei guṇa sono: lo specifico, il non specifico, il differenziato e l'indifferenziato".

Per fare un esempio immaginiamo un pittore che dipinge una rosa.
Per specifico si potrebbe intendere qua il risultato finale, la rosa con i suoi petali colorati, le foglie, il gambo, le spine ecc.
Per non specifico si potrebbe intendere l'azione del dipingere, con il pennello che si muove dalla tela alla tavolozza ecc.
Per differenziato si potrebbe intendere l'idea di dipingere .
Per non differenziato ciò che sta a monte dell'idea di dipingere, l'idea sia del dipingere che della rosa allo stato potenziale, senza distinzioni.
Il samadhi è ciò che svela che l'idea di dipingere, il dipingere e il dipinto sono già presenti allo stato potenziale nello stato "indifferenziato" (ālińga).
E' l'uomo a discriminare ed a chiamare la stessa cosa "idea", "azione", o "risultato".

SAMADHI COME STRUMENTO DI CONOSCENZA

Il samadhi è strumento di conoscenza,
Pensarlo come un punto d'arrivo si dice sia un errore abbastanza comune, tanto che in alcune scuole sia visto come realizzazione.
Patanjali nel libro terzo degli yoga sutra, chiarisce che il Samadhi è परिणाम pariṇāma, parola che significa cambio, modificazione, alterazione.





Ma cosa è il samadhi
Meditiamo su un punto di luce.
All'inizio si avranno tutta una serie di pensieri che riguarderanno sia il punto di luce che eventuali stimoli esterni.
Poi, piano piano la mente porterà la totale attenzione sul punto di luce e si trasformerà, apparentemente , nel punto di luce.
Supponiamo che questa apparente trasformazione si esprima con la visione di una specie di uovo luminoso e palpitante che emerge dall'oscurità.
Se osservo l'uovo palpitante che emerge dallo spazio si tratterà di una "meditazione con seme".
Ci sarà un soggetto percepente (io che guardo) e ci sarà l'oggetto percepito (l'uovo).
Ad un tratto questa distinzione scompare e si perde la coscienza della distinzione.La mente dopo un periodo più o meno lungo riprenderà il sopravvento ed esaminerà, con sorpresa alcune modificazioni percettive: non si avrà, ad esempio, la sensazione del corpo.
Oppure si percepirà l'interno del nostro cranio come un insieme di gocce di luce, oppure ancora non si avvertirà differenza tra lo spazio interno ed esterno ecc. ecc.
La sensazione di piacere potrà essere assai forte e cercando di ritornare nello stato di veglia ci si troverà immersi in un mondo nuovo, l'aria potrà sembrare densa come gli oggetti grossolani o questi potranno sembrare sottili come l'aria.
Il corpo apparirà più leggero o addirittura si avrà difficoltà a muoversi.
I colori ed i rumori saranno in genere più vivi e si avrà la possibilità di udire suoni mai uditi prima e colori mai visti primi.
Si potrà avere la sensazione di vivere contemporaneamente nel passato e nel presente o nel sogno e nella veglia.
Si avrà la consapevolezza di un qualcosa che è accaduto senza sapere che cosa sia accaduto.
Si potrà avere la sensazione di poter fare qualsiasi cosa e di poter comprendere qualsiasi cosa.
Uno stato di alterazione che può durare da pochi minuti a mesi interi e che può spaventare, se non si sa di che si tratta.
Una volta che l'oblio ci ha ricondotti alla piena coscienza di veglia,  quello stato potrà diventare una fonte di desiderio.Ciò che dovrebbe sapere il meditante è che la pratica consiste nel prendere confidenza non con questo stato (collegato in alcuni casi alla manifestazione di siddhi o poteri psichici), ma con il momento in cui, dopo la scomparsa (nel caso che abbiamo fatto in precedenza, per fare un esempio) della percezione dell'uovo di luce (e prima dell'insorgere della volontà di esaminare il proprio stato o la propria posizione o la propria percezione) non si è coscienti di ciò che accade.
Quell'attimo di apparente "non esserci" è ciò che viene definito क्षण kṣaṇa, "la fessura in cui neppure un capello può entrare" di cui parlano i samurai.
Questa sensazione non sensazione, di cui lo stato di alterazione successivo altro non è (apparentemente?) che una conseguenza, è il flusso निरोध nirodha, la condizione in cui "la mente riposa in se stessa".

NIRVITARKA

Brahman è concepibile (immaginabile) come Infinito Spazio Puro  detto Brahman senza forma o nirguna o come Forma Fluttuante nello Spazio detta Brahman con forma o saguna)Lo Spazio primigenio del Brahman senza forma, viene espresso attraverso tre correnti/qualità: LUCE - SILENZIO - VUOTO (o AMORE).
Le tre correnti (le TRE GRANDI MADRI) corrispondono all'energia dell'Azione (LUCE), all'energia della conoscenza (SILENZIO) e all'energia del Desiderio o Volontà (VUOTO) e danno origine ai cinque veli limitanti di माया māyā,
ovvero:

- Limitazione dello Spazio.
- Limitazione della conoscenza.- Limitazione della passione.
- Limitazione del tempo.
- Limitazione del principio di consequenzialità o causa-effetto.

I cinque veli sono le sorgenti dei cinque elementi, che potremmo definire "punti di vista limitati dello Spazio:

La limitatezza dello spazio kalā è la sorgente di ciò che definiamo Etere o आकाश ākāśa.
La limitatezza della conoscenza vidyā corrisponde a ciò che chiamiamo Aria o वायु vāyu.
La passione rāga corrisponde a ciò che definiamo Fuoco o तेजस् tejas.
La limitatezza del tempo kāla corrisponde a ciò che definiamo Acqua o आप āpa
Il principio di causa-effetto niyati corrisponde infine a ciò che chiamiamo Terra o पृथ्वी pṛthvī
I quattro tipi di samadhi savikalpa citati da Patanjali sono "strumenti" per risolvere i primi quattro veli limitanti (dal nostro punto di vista, ovvero, per così dire, dal basso).



Ricordiamo Yoga sutra I,17 e proviamo a "sviscerarlo":

"vitarka vichara ananda asmita rupa anugamat samprajnatah"

Nella traduzione di Raphael:

"La condizione di conoscenza è quella accompagnata dall'argomentazione, dalla deliberazione, dalla beatitudine, dal senso dell' "io sono".

il primo tipo di samadhi (vitarka o savitarka samadhi, dove Tarka significa "ragionamento")) è collegato alla limitazione di Causa/Effetto niyati, e all'elemento Terra.
Il secondo tipo di samadhi (vicāra o savicāra samadhi, dove vicāra significa "idea", "pensiero") è collegato alla limitazione di Tempo, kāla e all'elemento Acqua.
Il terzo tipo di samadhi (ānanda o sānanda samadhi, con ānanda che significa "beatitudine") è collegato alla Limitazione della Passione/desiderio, rāga ed all'elemento Fuoco.
Il quarto tipo di samadhi (asmitā o sasmitā samadhi, con asmitā che significa "egotismo", "senso dell'io") è collegato alla Limitazione della conoscenza o 
vidyā e all'elemento Aria.Rimane il quinto velo , la limitazione di spazio o kalā che corrisponde all'elemento SPAZIO.
Lo Spazio o Etere è contemporaneamente uno dei cinque elementi e la sorgente degli altri quattro.
Si può dire che è contenuto in tutti gli elementi e che tutti gli elementi provengono da lui.
Lo strumento di conoscenza del quinto velo limitante o kalā è il nirvikalpa samadhi (dove कल्प kalpa significa "età", "possibilità", "rituale")
Ogni velo corrisponde ad uno dei cinque elementi e lo spazio è contenuto in tutti gli altri elementi.
E questo significa che la conoscenza di ogni  singolo velo limitante (così possiamo definire il samadhi savikalpa) apre alla possibilità di "accedere " al nirvikalpa samadhi.
Nelle scritture, "dopo" ciascun samadhi savikalpa è infatti citato un samadhi nirvikalpa.
Il primo tipo di samadhi "senza seme" è detto nirvitarka.
Patanjali lo cita nel sutra I,43;

"smriti partisuddhou svarupa sunyeva artha matra nirbasa nirvitarka"

Nella traduzione di Raphael:

"Quando la memoria è purificata e la mente perde la sua propria forma e soltanto la conoscenza reale dell'oggetto (di concentrazione) risplende, si ha lo stato di concentrazione senza argomentazione (nirvitarka)".

Nirvitarka samadhi in altre parole è la comprensione della "vera forma" dell'oggetto e di ciò che di quella vera forma è "causa", ovvero ciò che in un fenomeno è definito भाति bhāti, la luce propria di un oggetto, senza le sovrapposizioni create dalla mente.
Nirvitarka è il gradino che permette il passaggio al samadhi detto vicāra o savicāra.

LA TRIPLICE VIA DEL FUOCO

La Br. upanishad parla di tre "Fuochi", (vedi "L'ARTE DI SALDARE L'AMATO..."): i primi due sono Fuoco e Sole.
Il terzo è il vento.
Nell'inno orfico ad Helios ("Inni orfici", 
7 VIII°. A cura di G.Faggin, ed. Asram Vidya) si legge:

"O signore del mondo, 
che ami la siringa
 e ti aggiri come fiamma".



Siringa è il nome della ninfa per la quale (e "dalla quale") Pan crea il suo flauto.
In altre parola è la "canna che il vento rende eloquente".
Chi altri potrà essere se non il vento, colui che ama la siringa?
Il secondo fuoco è il sole.
Dice ancora l'inno ad Helios:

"Tu [Signore del mondo] con la lira d'oro
 misuri l'armoniosa corsa del mondo"

Si parla del sole ovviamente e la lira d'oro non sarà altro che lo strumento donata ad Orfeo da Apollo.

Il divenire viene "misurato" con uno strumento musicale.
Il "Geometra" dei Pitagorici deve lavorare con i suoni
Il primo fuoco dell'upanishad è, ovviamente (?) il Fuoco ed i tre insieme (Fuoco, Sole, Vento che nel tantrismo diverranno Fuoco, Sole e Luna) sono insieme lo spirito vitale, il Prana, che sembra di poter riconoscere facilmente  nei versi dell'inno orfico ad Helios:

"[...] Turbine infinito [...] 
corridore veloce. 
fiammeggiante e giocoso auriga [...]" 

Probabilmente sono suggestionato, ma a me pare che  i due testi,la Br. Up. e l'Inno a Helios, siano sovrapponibili, quasi fossero opera della stessa penna:

Br. up.:
"[...]In questa forma lui sostenne le acque 
e chi questo conosce trova, 
ovunque vada, il suo sostegno [...]

Inno ad Helios:


"[...] Re dell'Universo [...]
 amico delle acque [...] 
ascolta queste voci 
e agli iniziati, 
la dolce vita rivela."



La tradizione dei Veda sembra la stessa degli Inni Orfici.
Dire "Okeanos che cingi l'universo" e dire "Adisesa che cingi l'universo", sapendo che entrambi sono rappresentati come un serpente, sembra un dare nomi diversi alla stessa persona.

L'ARTE DI SALDARE L'AMATO CON L'AMANTE


Nel "Simposio", Socrate citando Aristofane, parla dell'Amore e di Efesto ( Il fabbro divino) che propone di "saldare l'amato con l'amante".
E parla degli amanti che altro non desiderano che di essere uniti per l'eternità.



Simposio 189 c-193:

"[...] da un tempo così remoto, dunque è connaturato negli uomini l'amore degli uni per gli altri;
esso ricongiunge la natura antica, e si sforza di fare, di due, uno, e di guarire la natura umana.
ciascuno di noi quindi è un complemento di uomo, in quanto è stato tagliato, come avviene ai rombi, da uno in due; ciascuno dunque cerca sempre il suo complemento [...]
"


L'uomo, secondo Aristofane, era uno ed è stato diviso in due.
Questa unità originaria per lo yoga è lo stato naturale (Sahaja) e la maniera per ritrovare lo stato naturale  è Samarasa che vuol dire  il medesimo sapore, e indica l'orgasmo contemporaneo e ininterrotto dei due amanti divini, Shiva e Shakti..
Amore è la volontà di ricondurre l'essere umano a quella unità originaria.
Eros, l'androgino (assimilabile al Phanes degli orfici) è, per l'Aristofane del Simposio, la causa di questa tendenza all'unità o tensione realizzativa.
I veda descrivono un mito (o concetto o teoria) analogo:

(Brhadaranyaka Upanishad I,III)1. In origine questo universo era soltanto il Sé (Viraj) della forma umana. Egli osservò e comprese di essere soltanto sé stesso, dunque affermò "Io sono". Quindi il suo nome fu Aham (io). Perciò da allora quando a qualcuno si chiede chi egli sia risponde "io sono", poi aggiunge il proprio nome. Siccome Egli era prima (Purva) di tutto questo universo e prima di chiunque aspiri alla perfezione, Egli bruciò col fuoco (Us) ogni male ed è chiamato Purusa. Colui che conosce questo brucia chiunque desideri levargli il primato.
2. Egli ebbe paura. Perciò tuttora chiunque sia solo ha paura. Egli pensò: "Se non esiste nessuno oltre me, di che cosa ho paura?". Allora passò la paura, poiché cosa avrebbe dovuto temere? Solo da una seconda entità può provenire il timore.
3. Egli non era felice. Perciò tuttora gli uomini non sono felici quando sono soli. Desiderava una compagna. allora divenne grande come un uomo e una donna abbracciati e divise poi il suo corpo in due parti. Da questo nacquero il marito e la moglie. Perciò diceva Yajnavalkya che questo corpo è la metà dell'intero, come la metà di un frutto solo. E lo spazio mancante fu riempito con la moglie, con cui Egli si unì, e da cui nacquero gli uomini [...]".

Sembra quasi  che Aristofane abbia letto Upanishad....
La Brhadaranyaka Upanishad (titolo che più o meno significa "insegnamenti del grande bosco" o forse "il grande insegnamento del bosco") è una  delle upanishad più antiche, si dice che sia dell VIII- IX secolo a.C. ma pare sia molto, molto più "vecchia" di quanto ci immaginiamo. Eccone un altro brano tratto dal secondo brahmana (capitolo) del primo Libro:

2. L'acqua era splendore. 
La schiuma delle acque si consolidò e diventò la terra. 
E quando anche la terra fu creata, lui si sentì stanco. 
Mentre conosceva la stanchezza e il turbamento, la sua essenza e la sua gloria emersero all'esterno. 
E questo fu il Fuoco.
3. Poi si scisse in tre parti, una il fuoco, una il sole, una il vento; 
questo è il triplice spirito vitale [Prana]. 
L'Oriente fu il suo capo, i venti che provengono da quella zona furono le zampe anteriori; 
l'occidente fu la sua coda; 
i venti che soffiano da occidente furono le zampe posteriori; 
il settentrione e il mezzogiorno furono i suoi fianchi, il cielo fu la schiena, l'atmosfera il suo ventre, la terra il suo petto. 
In tal forma 
Egli sostenne le acque e chi questo conosce trova, ovunque vada, il suo sostegno.

La schiuma che diventa la terra....
Ecco che "riciccia" la Venere che esce dalle acque (vedi AFRODITE E LA SCHIUMA DI SHANKARA)!
La terra (mondo manifesto?) è la DEA.
La schiuma diventa la terra, ma se è schiuma del mare (direbbe Shankara) si può dire che è cosa diversa dal mare?
E la terra? 
Se è schiuma, come potrebbe essere diversa dal "mare"?"Egli si sentì stanco" dice la Br. Up. e la sua gloria e la sua ESSENZA, emersero all'esterno: e questo fu il FUOCO.
Un Fuoco che si scinde parti: fuoco, sole e vento.
Una "TRIPLICE VIA DEL FUOCO".

EROS DIVINO

Essere è conoscenza, e conoscenza è, assieme, la causa del conoscere, è l'atto del conoscere ed è il frutto del conoscere. Conoscenza è il conoscitore e conoscenza è il conosciuto.
Il resto è solo "rappresentazione". 
Esiste solo l'Essere/presenza.
Per il Vedanta di Shankara, il testimone dell'esistenza, che è conoscenza stessa, si pensa diviso in interno ed esterno.
Come se la schiuma del mare (ἀφρός) fosse esterna al mare.
La conoscenza si scinde, illusoriamente in Aham ed Idam, in IO e QUESTO,
ma entrambi sono "schiuma dell'oceano":
Aham potrebbe essere collegato a ciò che in occidente viene detta Afrodite urania e Idam a ciò che viene detta Afrodite pandemos.




Eros (il Kama indiano) è figlio di Afrodite e visto che ci sono due "Afroditi" possiamo supporre due diversi Eros, due diverse vie della conoscenza, una che possiamo definire esteriore (IDAM) o Eros Mondano, ed una interiore (AHAM)o Eros Divino.
I sensi sono gli organi del Conoscere e vengono simboleggiati dalle frecce di Eros.l'arciere,  che sarà quindi la conoscenza stessa.
Il Conoscitore è Eros, il Conosciuto la manifestazione, l'atto del conoscere la rappresentazione della realtà dataci dai sensi e dalla mente.
Nel "Mito della Caverna", Platone descrive, dei personaggi che si frappongono tra gli uomini e la sorgente di luce.
Sono attori che, come nel teatro delle ombre, creano uno spettacolo ad uso degli uomini incatenati
Chi sono questi tizi che si pongono a metà tra la luce del sole e la visione del mondo umano?
Come nelle ombre cinesi un sapiente movimento delle dita sembra creare ora un coniglio, ora un serpente, ora una farfalla, così quegli attori creano la rappresentazione della realtà di veglia.
Ma il coniglio, il serpente e la farfalla nascono solo nell'immaginazione dello spettatore.
Gli attori sono l'idea del coniglio, l'idea del serpente,l'idea della farfalla.
Gli attori sono Dei. 
Il dito che indica la luna non è la luna, si usa dire.
Ma se non ci fosse il sole che illumina la luna e di riflesso, il dito non si avrebbe nè la percezione del dito né quella della luna.



Scrive Giovanni della Croce (Juan de Yepes Álvarez):

1. In una notte oscura,
con ansie, d’amor infiammata,
oh, felice ventura!,
uscii, senza esser notata,
stando la casa mia già acquietata.

2. Al buio e sicura,
per la segreta scala, mascherata,
oh, felice ventura!,
al buio e celata,
stando la casa mia già acquietata.

3. Nella notte felice,
in segreto, senza esser veduta,
senza veder cosa,
senza altra luce o guida
fuor quella che in cuor bruciava

4. Questa mi conduceva,
più certa della luce meridiana,
là dove mi aspettava
quello che ben sapevo,
là dove nessuno si vedeva.

5. Oh, notte che guidasti,
oh, notte più che dell’alba amabile!
O notte che riunisti
l’Amato con l’amata,
amata nell’Amato trasformata!

6. Sul mio petto fiorito,
che solo per lui intatto era serbato,
là si posò addormentato
ed io lo accarezzavo,
e la chioma dei cedri lo sfiorava.

7. La brezza di alte torri,
mentre i suoi capelli scioglievo,
con la sua mano leggera
il collo mio feriva
e ogni senso mi rapiva.

8. Dimentica di me ivi rimasi
il volto reclinato sull’Amato,
tutto cessò e mi staccai da me,
tra i gigli abbandonati i miei pensieri.