mercoledì 4 dicembre 2013

TRIPURA RAHASYA - IL MISTERO OLTRE LA TRINITÀ


Lo Sri Tripura Rahasya di Haritāyana era il libro preferito di Ramana Maharishi che lo commentò negli anni '30 ad uso dei suoi allievi (vedi "Ramana Maharsi "Tripura Rahasya, the Mystery Beyond the trinity", a cura di Sri Ramananda Sarasvati).

 

Si tratta di un testo tantrico che tratta degli insegnamenti di Dattatreya al suo allievo Paraśurāma, sesto avatar di Viśnu.
Paraśurāma ("Rama con l'Ascia di Guerra") è un Guerriero/Bramino, progenitore dei monaci guerrieri medioevali. Viene istruito alle arti marziali direttamente da Śiva ed alla "conoscenza dei segreti". appunto, da Dattatreya. Il commento di Ramana Maharishi testo di Haritāyana e le note di Ramananda Sarasvati, sono illuminanti. Soprattutto per chi ancora parla di differenze tra Vedanta Advaita e Tantra.
Il succo degli insegnamenti di Dattatreya e Ramana è la Sri Vidya, la conoscenza della Dea tramite lo Sri Yantra, la Kadividya (la pratica dello Sri Yantra tramite il mantra KA E I LA HRIM....) e la Hadividya (la pratica dello Sri Yantra tramite il mantra HA SA KA LA HRIM), ma ci si sono alcuni dettagli che, per chi, si interessa o si è interessato di Ramana Maharishi e Advaita Vedanta possono risultare rivoluzionari.
Innanzitutto l'Assoluto è Femmina.
La si può chiamare Adi Shakti, Durga o Tripurasundari, ma il senso è sempre quello.
In secondo luogo Avidya, che siamo abituati a intendere come "ignoranza metafisica" sulla base di letture condizionati dal dualismo platonico, in realtà, per Ramana e per Shankara (che Ramana cita spessissimo) è un sinonimo di Cit (coscienza/consapevolezza). In pratica Avidya, Cit, Maya, Kundalini  e Shakti sono sinonimi. detta così non fa grande impressione, ma in chiaro significa questo: SHIVA è il corpo dell'universo (la MATERIA) e SHAKTI è l'energia intesa come principio di coscienza che dà vita alla materia e permette di conoscerla.
Un'altra cosa interessante è che svatantra (tradotto di solito  con "libertà", ma che letteralmente significa "vero tantra") è il nome di "isvara".
Insomma Ramana era uno Shakta, la conoscenza per lui era quella del "Mantrika" (hadi e kadi mantra), tra Vedanta advaita e Tantra ci sono solo differenze fittizie e Dio è femmina...
Credo che studiarsi per bene il Tripura Rahasya commentato da Ramana Maharishi potrebbe spazzar via alcuni dei luoghi comuni che impediscono la reale conoscenza del sapere yogico.

Il testo integrale, commentato da Ramana maharishi, si può scaricare a questo indirizzo web: RAMANA MAHARISHI - TRIPURA RAHASYA





domenica 1 dicembre 2013

CITAKASHA, LO SPAZIO ALOGICO

La mente corrisponde al bija mantra OM.
La parola al bija mantra AH.
Il corpo al bija mantra HUM. 





Oṃ ॐ è l'inizio del canto rituale (il rito è la manifestazione) ed è il canto stesso.
Per questo è detto udgītha.
Secondo la Chāndogya Upaniṣad ( I,1,5):

"vāg evark prāṇaḥ sāma om ity etad akṣaram udgīthaḥ tad vā etan mithunaṃ yad vāk ca prāṇaś cark ca sāma ca"

ovvero:
La parola (vāg) è ṛk (Ṛgveda, il libro degli inni), il prāṇa è sāman (Sāmaveda), udgītha è la sillaba Oṃ. 
Parola e prāṇa formano una coppia così come ṛk con sāman.


E ancora (I, 1, 8):

"tad vā etad anujñākṣaram yad dhi kiṃcānujānāty om ity eva tad āha eṣo eva samṛddhir yad anujñā samardhayitā ha vai kāmānāṃ bhavati ya etad evaṃ vidvān akṣaram udgītham upāste"

ovvero:
Questa sillaba significa dire si. 
Quando si vuole dire si a qualcosa si dice Oṃ. 
E  quello a cui si dice si verrà realizzato. 
Colui che conosce questo venera udgītha come la sillaba Oṃ e realizzerà i suoi desideri.

Oṃ è la mente ma è anche ciò che sta prima della mente.
Il simbolo con cui viene rappresentato, come del resto tutte le lettere sanscrite, può essere considerato un disegno, una specie di Yantra.

ॐ 
L'analisi del significato dei singoli tratti da cui è composto esprime i tre (quattro) stati di coscienza dell'uomo:
La linea curva inferiore rappresenta la A,  l'inizio, lo stato di veglia , il dio Brahmā inteso come forma dell'Assoluto nelle vesti del demiurgo o del legislatore; è detta anche akāra o akāram ed è collegata alla funzione della mente detta ahaṃkāra ("ciò che fa l'io").




La linea curva orizzontale, centrale, rappresenta la U ovvero lo stato del sogno, il dio Viṣṇu inteso come forma dell'Assoluto nelle vesti di colui che mantiene e preserva; è detta anche ukāra o ukāram ed è collegata alla funzione della mente detta Buddhi. 



La linea curva superiore rappresenta la M ovvero lo stato di sonno profondo, il dio śiva inteso come forma dell'Assoluto nelle vesti di colui che riassorbe la manifestazione; è detta anche makāra o makāram ed è relata alla funzione della mente detta Manas o alla mente in generale.
Il fatto che M sia in alto ed A sia in basso ricorda il concetto della manifestazione grossolana come specchio della manifestazione allo stato potenziale. (MUA - AUM) e le modalità di recitazione dell'AUM di cui parla Shankara nel commento ai Mandukyakarika ( dice più o meno Shankara: "che la A e la U insorgano e vengano riassorbiti dalla M")
Sopra le tre linee curve ci sono altri due simboli :

ॐ 

La mezzaluna detta नाद nāda, ed il punto detto बिन्दु bindu.
Questi due segni sono così importanti da meritarsi un'intera upanishad tutta per loro, la nādabindu upanishad.
Nāda è la vibrazione iniziale, il primo suono e tutti i suoni.
Rappresenta la Shakti nell'atto di dare inizio alla manifestazione.
Se A rappresenta la coscienza dello stato di veglia, U la coscienza dello stato di sogno e M la coscienza dello stato di sonno profondo, Nāda rappresenta il "Quarto" o Turiya, inteso come Grande Sè col quale si può entrare in identita mediante lo strumento Nirvikalpa samadhi.
E' il primo fremito, potenziale, creato dall'unione di Shiva e shakti nell'isola delle gemme.
Il Bindu rappresenta l'anusvāra, reso nella pronuncia con la nasalizzazione (esempio Aummnnnnng) o, meno spesso, con l'allungamento della vocale precedente.
L'anusvāra è Shiva in unione con Citshakti o Cit Rupini.
E' l'amplesso di Shiva e Shakti.
Nāda sono i fluidi vaginali della dea uniti allo sperma del Dio. 
Se A rappresenta la coscienza dello stato di veglia, U la coscienza dello stato di sogno e M la coscienza dello stato di sonno profondo, Nāda e Bindu insieme rappresentano il "Quarto" o Turiya, inteso come Grande Sè col quale si può entrare in identita mediante lo strumento Nirvikalpa samadhi. 



Le tre lettere A, U ed M sono in qualche modo le radici di AH, HUM ed OM ovvero, Parola, Corpo e Mente. 
Esiste quindi un OM che tutto racchiude ed è lo spazio alogico che trova espressione nel punto (l'infinatamente piccolo relato all''infinitamente grande)
Esiste un OM potenziale che è il primo suono o prima vibrazione.
Esiste un OM che rappresenta la mente.
Nella recitazione del Mantra (qualsiasi mantra) questa differenziazione (apparente) viene manifestazta attraverso una triplice modalità di recitazione: mentale,bofonchiata (o silenziosa muovendo solo le labbra) ed udibile.
Come abbiamo visto il corpo è rappresentato da HUM.
HUM è il Varmabija, il bija mantra dell'armatura.
L'armatura è quella di Shiva nelle vesti del Bhairava, il nobile distruttore del male.
H qui sta per Hara cisoè Shiva.
U sta per Bhairava.
L'insieme nāda-bindu rappresenta l'assoluto che dissolve il male e la sofferenza.
AH è invece rappresentativo delle quattordici vocali.
Le vocali sono ciò che rende percepibili le consonanti e quindi rappresentano l'origine della manifestazione grossolana e della sua intelligibilità.
Ogni volta che portiamo le mani alla fronte (OM) , alla gola (AH)ed al cuore (HUM), rinnoviamo l'atto d'amore di Shiva e Shakti che dà il via alla manifestazione.
Ripetendo i tre bija uno di seguito all'altro può capitare di percepire un altro suono, simile ai gemiti dell'amata durante l'amplesso.
Questo suono si può forse rappresentare con le sillabe HA ed UM.
HAUM diviene così il mantra "nascosto" della manifestazione.
H sta per Hara,
AU sta per Sadashiva 
M indica lo spazio, il vuoto, Citakasha  ciò che i buddhisti chiamano śūnya o vuota pienezza.

venerdì 29 novembre 2013

ESSERE QUALCUNO

La nostra visione del mondo e delle cose è assai limitata.
La nostra vita è un film, lo si dice spesso, di cui ciascuno di noi è, nel contempo, regista e protagonista. 

Ma c'è anche un altro dettaglio: si gira tutto in "soggettiva". 




Se nei sogni, a volte, pur se evanescenti come la promessa di non bere fatta da un alcolizzato, appariamo insieme agli altri personaggi, nella vita di tutti i giorni non ci vediamo ed ascoltiamo mai.
Possiamo solo osservare la nostra immagine riflessa in uno specchio o sorprenderci del tono strano della nostra voce registrata, ma il nostro vero sguardo e la nostra vera voce non li ascoltiamo e vediamo mai.
Se siamo in dodici seduti in una stanza, ciascuno di noi vedrà 12 scene diverse.
Cambia la prospettiva: se Fabio è alla sinistra di Laura e Sandro alla sua destra, parlando di lei, nei loro successivi racconti, ne descriveranno due profili diversi.
Cambiano i personaggi:
Fabio vedrà gli altri 11 e non se stesso e così Sandro, e Laura e Andrea.
Osservazione ovvia e banale.
Ne è un'altra, altrettanta banale:
la visione del mondo di ciascuno di noi, dipende anche dall'ambito culturale ovvero dall'insieme di stimoli che si sono ricevuti in virtù dell'appartenenza ad una famiglia, a un ceto sociale, a una generazione, e questo, in aggiunta alla forzata differenza di prospettiva dovuta all'individualità, conduce alla creazione di una mitologia personale. 



Lo yoga è un Arte.
E come tutte le arti attinge, invece alla Mitologia universale, agli Archetipi.
La sostituzione di questi con simboli che hanno valore limitato ad ambiti più o meno ristretti è uno dei motivi delle difficoltà di comprensione.
Comprensione delle testimonianze altrui, comprensione degli insegnamenti antichi, comprensione di Sé.
Tempo fa ero a cena con Andrea Pagano e Ingrid la sua compagna.
Dopo una profonda meditazione sulle qualità organolettiche del Primitivo del Salento, Andrea ha cominciato a raccontare dei suoi nonni e bisnonni.
Storie degne di Conrad o di Corto maltese, con l'aggravante che non sono frutto di fantasia, ma sono vere, confermate da cronache, libri e nomi sulle lapidi.
Io, per non essere da meno, ho raccontato  della mia bisnonna, sposata con un ferroviere anarchico nella maremma del primo novecento.
Una vita di stenti.
Undici figli ha avuto e  sette sono morti di malaria.
A più di novantanni gridava e bestemmiava contro l'ingiusta morte che voleva portarsela via così giovane.
Sicuramente non è un esempio di yogico distacco, ma pensarci bene, il suo gridare, come la Desdemona di Shakespeare, "mezz'ora, mezz'ora ancora....un bacio un bacio ancora...", la sua speranza di godere per qualche istante in più, di un raggio di sole, del volo di un gabbiano o del cicaleccio dei bimbi  in strada, ci avvicinano ad uno dei segreti meglio custoditi della filosofia orientale.
Perché ci si incarna? 
Perché ci si getta nella catena del samsara, il ciclo delle rinascite?
La risposta è semplice:
perché la vita è meravigliosa.
Perché è quello, vivere, il Bello in Sé.
-"Non vedo differenza tra uomo e donna"- 
diceva Yeshe Dawa, la prima incarnazione di Tara 
-" Sono diversi come l'acqua dall'onda... E non vedo differenza tra Samsara e Nirvana"-
Amare la vita per ciò che è, un lampo di bellezza, è un segreto piccolo piccolo.



Ha detto un'altra cosa interessante Andrea.
Mi ha raccontato di un film sulla Tatcher che non ho visto, con Meryl Streep.
Pare che il personaggio dica, ad un certo punto: -" Mi pare che oggi ci sia un sacco di gente che vuole essere qualcuno. Ai miei tempi si pensava a fare qualcosa"-
Questo è un punto fondamentale.
Anche per lo Yoga.
Il desiderio di essere qualcuno è un ostacolo quasi insormontabile per il praticante, perché è  entrato così profondamente nell'immaginario collettivo ed  è stato così impregnato di valori positivi, da essere ormai invisibile.
Anche se si dice di scrivere e parlare di yoga per testimoniare o condividere, sotto sotto, in molti di noi, c'è il desiderio che venga riconosciuta la nostra non ordinarietà.
Ci si appropria di tecniche, idee, teorie elaborate da altri e le difendiamo a spada tratta come se fosse questione di vita o di morte,e ci amareggiamo quando il nostro dire o il fare, che riteniamo degno di plauso e sorrisi di approvazione, passa inosservato o è soggetto a critica.
Alla fine si passa più tempo a difendere opinioni nostre o altrui che a godere della vita.
Ci impegnamo di più a lottare contro chi sembra minacciare la nostra autostima che a godere della natura e del vario combinarsi di energie, colori ed emozioni.
Vogliamo sentirci bravi, indispensabili, autorevoli e non riusciamo a vedere che si tratta di un ostacolo, perché ci hanno insegnato che lo scopo  della vita è essere qualcuno. 



Nella mitologia individuale dei nostri tempi, l'eroe che va nel regno degli inferi e torna dopo aver catturato il daimon, viene sostituito da Valentino Rossi o Steve Jobs o Silvio Berlusconi.
Il metro di giudizio della validità di una pratica, è diventato il successo, planetario, o meno.
 Se si è degli sportivi professionisti o dei manager o dei politici va anche bene, ma nel cercare di seguire il percorso tracciato da Shankara, Patanjali o Buddha Shakyamuni il desiderio di "ESSERE QUALCUNO"  può diventare una catena di acciaio inossidabile.
Non è raro trovare, su internet, segnalazioni di corsi di Yoga, Meditazione, Mindfulness o Analisi dell'Enneagramma che promettono di far intravedere la via che porta al successo personale.
Va bene.
Va tutto bene, ma bisogna essere consci del fatto che lo Yoga, o il Taoismo, o lo Zen, pur non considerando assolutamente negativo il raggiungimento del successo personale, mettono in guardia contro la sua ricerca.
Credere di essere "Qualcuno", voler affermare a tutti costi la propria individualità, lottare per accrescere l'autostima, serve a pensare di essere unici, mentre ciò che è unico, invece, è questa vita, qui ed ora.
La vita umana è un'occasione, ed è maledettamente bella, come la Dea, con i capelli neri come l'ala del corvo, e gli occhi blu come il fiore di utpala.
Cercare di affermare la propria individualità porta a desiderare di essere "più qualcosa" degli altri e ad assumere atteggiamenti contraddittori che da un lato sono finalizzati all'ottenimento del favore altrui, dall'altro conducono a forme di protesta o di ribellione.
Il satanista che rovescia la croce e si scaglia contro il Dio della Bibbia, è un cattolico, che urla la propria volontà di essere riconosciuto diverso, originale, particolare. Solo un cattolico può essere un satanista.
Chi non lo è vedendo una croce rovesciata, può, al limite, spiacersi perché offende dei devoti, ma l'immagina non gli smuoverà niente.
Nessuna emozione particolare. 
Ogni volta che ci si allontana dalla vita o si cerca di cambiarla, si va sul sentiero della magia, intesa come tentativo di modificare la realtà.
Lo yoga non è magia.
La magia vuole mutare la realtà, lo yoga vuole penetrarla, con dolcezza.
Prima bisogna riconoscerla, poi spogliarla dei veli dell'illusione, e infine ci si può unire a Lei, nella danza senza fine della Vita. 



La morte è all'altro capo del filo della nascita.
Ma il filo è un trattino trascurabile.
Uno dei mille e mille fili che formano il tappeto, meravigliosamente decorato, dell'esistenza.
Autostima, ricchezza, successo sono considerati valori positivi, ma bisognerebbe analizzarli a mente fredda.
L'autostima ad esempio cosa è?
Il rapporto tra IO PERCEPITO e IO IDEALE.
E che accade se il mio IO IDEALE è Steve Jobs?
Che ne so delle sue emozioni, delle sue paure, dei desideri?
E' un nome legato a una mela.
Posso mitizzare le sue capacità imprenditoriali o il suo aver rivoluzionato il sistema delle comunicazioni.
Oppure posso criticarlo per aver rubato idee altrui, portando a prova la tecnologia militare degli anni sessanta, per esempio.
O, ancora posso più meno sinceramente, compatirlo, pensando che è uno che per tutta la vita ha lavorato per 12 ore al giorno per accumulare una fortuna che non si è goduto perché, pur non avendo fumato neppure una sigaretta in vita sua, è stato stroncato dal cancro.
Ma lui è comunque lui.
Il film della sua vita non potrò mai viverlo da protagonista.
Si parla continuamente di "vivere nel presente", ma poi si fanno continuamente dei piani per il futuro e si studiano le mosse per cercare di ottenere il successo e la considerazione altrui.
Si cerca di mutare la realtà.
Si cerca di "fare magia", e nel momento in cui la vita non risponde alle nostre aspettative, ai nostri progetti, ci arrabbiamo, ci deprimiamo, ci sentiamo abbandonati.
In fondo siamo solo dei maghi frustrati e un po' idioti così impegnati nella ricerca della considerazione altrui da non vedere i tesori che ci passano vicino.
Basterebbe allungare la mano per essere felici, ma non ne siamo capaci.
Preferiamo vivere nel desiderio di essere qualcuno e nella paura della morte nostra e delle persone che amiamo.
Morte non vista come un passaggio di stato, ma come la fine della nostra individualità, delle nostre possibilità di successo e di affermazione.
Sono migliaia di anni che upanishad e derivati ci dicono che i nemici dell'uomo sono il MIO e l'IO e noi siamo ancora qui, a chiamarci yogin e a a cercare l'affermazione personale, arrabbiandoci se non vengono riconosciute le qualità che "noi" attribuiamo alla "nostra" presunta, meravigliosa individualità.

RTA, IL RITMO UNIVERSALE

"Questo sarebbe allora il mio gioco, in attesa che la breve onda che io sono, suscitato per caso e per breve incorporamento sull’oceano della vita, scompaia di nuovo nella mai spenta agitazione di quello, per dar luogo ad altri labili flutti: gioco innocuo e modesto, come altri in più impegnativi e pericolosi giochi si trastulla"
Giuseppe Tucci
 




Ciò che è definito caduta, ovvero l'apparente incarnazione del jivatman, è l'unica possibilità che ha l'uomo per conoscere. 
La vita dell'uomo inteso come individualità non è altro che un gioco. 
Tucci parla di onde ed oceano della vita, metafora usata da tanti altri studiosi e praticanti. 
L'onda nasce per il desiderio di conoscere. 
L'oceano non può averne coscienza perché per lui l'innalzarsi dell'acqua ed il suo risolversi come schiuma sono solo apparenti. 
Non perché non ci sia qualcosa che sia innalza e risolve , ma perché quel qualcosa è l'oceano.
Che l'onda sia più o meno alta e potente, che sia blu, nera o verdastra si tratta sempre e solo di oceano. 
Se l'uomo non si facesse domande ma accettasse il suo essere una apparente modificazione dell'oceano dell'esistenza, non vi sarebbero né dolore, né rabbia né desiderio. 
La morte sarebbe solo un ritorno. 
La nascita un nuovo inizio. 
Eventi assolutamente ininfluenti per il grande oceano. 
Perché allora il dolore, la sofferenza, la rabbia? 
Perché l'attaccamento dell'uomo a ciò che è impermanente? 
L'Esistenza è un gioco e come ogni gioco deve avere delle regole. 
che per i Veda sono sintetizzate in un unica parola ऋत Ṛta. 
Ṛta è l'ordine cosmico e, insieme , la relazione tra rito (azione sacra) e divenire. 




La parola proviene da Ṛ che indica il movimento e ar che sta per giusto, appropriato armonioso. 
Il giusto ritmo, la giusta azione sono Bellezza e Armonia. 
Paura, sofferenza, ansia di incompiutezza nascono dalla "decisione" dell'uomo di andare "fuori tempo", di opporsi alla Bellezza ed all'Armonia. 
Vorrebbe "creare un suo mondo", l'uomo, modificare l'ordine naturale. 
Naturalmente non può, ma questo suo desiderio crea dolore,  rabbia, angoscia proprio perché irrealizzabile. 
Il desiderio di cambiare il ritmo naturale è detto, nei Veda द्रुह् druh. 
Druh è tutto ciò che si oppone, che combatte l'ordine naturale. 
Il piccolo io, l'Ego, è la diga che l'Uomo costruisce per cercare di interrompere il normale flusso dell'esistenza. 
Non essendoci alcuna differenza tra Essere e divenire (essendo il divenire null'altro che la possibilità espressione dell'Essere) e non essendoci differenza alcuna tra spazio interno (aham) e spazio esterno (Idam), costruire delle dighe significa imprigionare se stessi. 
Queste dighe, queste "catene" che l'uomo inventa per rendere dolorosa la propria esistenza sono chiamate ग्रन्थि granthi o nodi della conoscenza. 



SAMADHI, IL SAPORE DEL MIELE

Il samadhi è da considerare uno strumento di conoscenza. 
Strumento, e non punto d'arrivo come sembrano pensare taluni. 
I vari tipi di samadhi sarebbero degli istanti/intervalli di coscienza che permettono di risolvere le sovrapposizioni dei cinque elementi primari che possiamo identificare con i cinque veli della Dea:


1) Limitazione dello Spazio (Spazio/Etere) 
2)Limitazione della Conoscenza (Aria) 
3)Limitazione della Passione (Fuoco) 
4) Limitazione del Tempo (Acqua) 
5)Limitazione della causalità (Terra) 



Questi cinque elementi sono , ad un livello sottile , sia la capacità di percepire: 

1)Udito. 
2)Tatto. 
3)Vista. 
4)Gusto. 
5)Olfatto. 

Sia l'oggetto della percezione: 


1) Suono. 
2)Tangibilità. 
3)Forma/colore. 
4)Sapore. 
5)Odore. 

Ad un livello per così dire, successivo, i cinque elementi appaiono come possibilità di azione collegate ai cinque venti o energie: 


1)Parlare. 
2)Afferrare. 
3)Andare. 
4)Generare /Godere 
5)Defecare/ Espellere. 


Procedendo, verso la manifestazione grossolana avremmo l'apparire dei cinque elementi come organi fisici di percezione: 

1)Orecchio 
2)Pelle. 
3)Occhio. 
4)Lingua. 
5)Naso. 

E, ancora come organi fisici di azione: 



1)Bocca. 
2)Mano. 
3)Piede. 
4)Organi genitali. 
5)Ano. 


I samadhi savikalpa portano (anche) al riconoscimento dell'unità fondamentale della manifestazione, ovvero a riconoscere in tutti i fenomeni, i cinque elementi, e a riconoscere nei cinque elementi un'unico principio, lo spazio o grande spazio. 



Se si considerano l'atto sessuale e la produzione artistica come espressioni dell'Amore Incondizionato sarà facile osservare come entrambi si trasformino in una totale fusione dei cinque organi di senso e quindi dei cinque elementi, ovvero in riti sacri, fino ad arrivare a ciò che è detto sinestesia. 
La sinestesia consiste nel non distinguere tra eventi percettivi di natura diversa. 
Un suono appare come un'immagine o come una sensazione tattile. 
Come appunto se si trattasse un unico evento percettivo. 
La dissoluzione dell'universo, la scomparsa delle forme di cui parlano alcuni yogi, mistici e artisti è il riconoscimento dei cinque elementi fondamentali in tutti gli oggetti fenomenici e, di conseguenza, il riconoscimento della provenienza dei cinque elementi da un unico principio. 
Non è l'Universo che si modifica, ma la percezione. 


L'io illusorio viene creato dalla percezione che si ha del mondo. 
E' uno strumento creato per dare la possibilità di conoscere e di Ri-conoscere. 
E' grazie all'io illusorio che si può accedere alla comprensione della Realtà. 
Nello stato di sonno profondo si è in unione con la Prakrti. 
Non c'è possibilità di conoscenza perché si è conoscenza. 
Come potrebbe il miele descrivere il sapore del miele? 

IL SIGNIFICATO DI INFERENZA NELL'ADVAITA VEDANTA


In occidente Inferenza è una conclusione che viene tratta da due o più fatti o affermazioni.
Esempio che si fa sempre:

"TUTTI GLI UOMINI SONO MORTALI."
"SOCRATE E' UN UOMO."

Chi scrive questa frase ci mette volontariamente un senso nascosto, implicito (e infatti, in filosofia, si chiama IMPLICAZIONE) che in questo caso è:

SOCRATE E' MORTALE.

Chi capisce l'implicazione, invece INFERISCE, Inferenza è quindi "il capire l'antifona", ovvero cogliere il significato IMPLICITO di una affermazione.



Nella logica vedanta vi sono, tre (chiamiamole così) tecniche interpretative, in grado di rivelare le implicazioni ovvero i significati impliciti o nascosti:

1) jahal (jahati) laksanà.


2) ajahal (ajahati) laksanà.


3) jahad – ajahal (bhàga) laksanà.


Jahal laksanà (cfr. Sadananda -"Vedàntasara", ed. Ashram Vidya) è definita implicazione rimuovente.
Facciamo un esempio.
Tizio dice a Caio: "la città di Livorno è sul mare".
Ovvio che il senso letterale di questa frase sarà “rimosso” dal senso implicito.
Difficile credere che Livorno sia costruita direttamente sulle acque .
Si presume che siano implicite le parole costruita sulla riva. (del mare)
Ascoltando quindi frase "la città di Livorno è sul mare" il senso esplicito, diretto sarà “rimosso” e sostituito dal significato indiretto o implicito.
Un significato che, sebbene non espresso, sarà indiscutibile.

Ajahal- laksanà è definita, invece, implicazione non rimuovente.
Questo si ha quando il significato letterale è, senza il significato implicito, incompleto e/o totalmente incomprensibile.
Facciamo qui il medesimo esempio citato da Sadànanda nel Vedantàsara:
"Il rosso corre più veloce degli altri".
Rosso è una qualità.
Ovvio che ci si sta riferendo ad un cavallo rosso, o ad un corridore rosso per capelli o abiti .

Bhàga-laksanà è l' implicazione rimuovente-non rimuovente.
Prendiamo la frase: "Tu sei quel tizio che 5 anni fa si allenava nel parco con la spada cinese."
Tu sei quel Tizio…. significa che chi sta parlando riconosce in te, ora, lo stesso Tizio di 5 anni fa.
La frase in sé sarebbe contraddittoria in quanto in apparenza TU Tizio e QUEL Tizio sono due oggetti (di conoscenza) diversi.
Ma il significato implicito rimuove la contraddizione, rivelando che non c’è differenza tra il Tizio di 5 anni fa ed il Tizio di oggi.
Chi parla riconosce in Te lo stesso Tizio al di là dell’indicazione temporale e magari dei diversi vestiti che indossi e del diverso taglio di capelli.
Si tratta di un riconoscimento.
Questa serie di processi mentali è indispensabile nella pratica dei mahavakya, come Tat Tvam Asi, Tu sei Quello.
"Tu" ha a che vedere con il piano di identificazione soggettivo e "Quello"con l’universalità.
Tu ad esempio,è il Jiva e Quello è l’Atman.
Tu è immediato ("Tu" sei ineluttabilmente Tu) mentre Quello è "non immediato".
Se applichiamo a TAT TVAM ASI lo stesso procedimento che abbiamo applicato della frase “Tu sei quel Tizio che 5 anni fa si allenava nel parco con la spada cinese”, si avrà la rimozione delle apparenti contraddizioni.
Tu e il Tizio di 5 anni fa siete apparentemente diversi, ma, eliminando le sovrapposizioni , ovvero la diversità di tempo (oggi e cinque anni fa) e luogo (qui e nel parco) non rimane altro che Tizio
Allo stesso modo il TU "acqua" , per fare un esempio, contenuto in un vaso si identificherà con "l
'acqua del lago" (Quello) in cui il vaso galleggia. 

Nel caso dell'acqua contenuta nel vaso fatto galleggiare nel lago, l'acqua contenuta sarà tvam padhartha e l'acqua del lago sarà tat padhartha.
nel caso del Tizio avremo TU che nell'interpretazione vedantica viene definito tvam padhartha e QUEL TIZIO CHE.. che viene definito Tat padhartha
Il legame, la copula, il ponte trai due ( che si chiama aikya padartha), ovvero il verbo Essere, sarà "effetto"dal processo di trasformazione della mente innescato dalle tecniche (per esempio jahal (jahati) laksanà, ajahal (ajahati)laksanà, jahad-ajahal (bhàga)laksanà.), che svelano il significato implicito della frase " TU SEI QUELLO.

GABBIE D'ORO




E' un dio annichilito, l'uomo.
O un angelo caduto.
L'ho letto un sacco di volte.
l'ho anche scritto, mi pare.
A volte si crede di sentirle le ali.
O magari si sentono davvero.
Proprio lì, tra la schiena e le spalle, nel triangolo misterioso delle scapole.
Sembrano slegate dallo scheletro.
Sono strane ossa le scapole.
Tracce di un passato da pennuti?
Chissà.

Nel muoverle si alzano verso l'alto e pare di sentire un frusciare, come di seta.
Viene voglia di girarsi a guardare, ma ci si ripensa.
Meglio di no.

Si trova un muro contro sole.

O un lampione che bagna di luce la strada della notte.
Si chiudono gli occhi e poi piano piano, con la lentezza ipocrita del bimbo che scarta i regali sotto l'albero, li si riapre.

Quasi sempre l'ombra ci rassicura: niente piume e penne penzolanti dalla schiena.
In fondo è quello che desideriamo.
Sarebbe un bel problema andare in giro con delle grandi ali.

Difficile trovar posto sul tram.
E al cinema sempre in ultima fila, per evitare discussioni imbarazzanti.

Nel periodo della caccia, poi, logicamente, si dovrebbe restar chiusi in casa.

Succede a volte che nell'ombra ci sia qualcosa che non va.
Delle ali piccole e inutili, come quelle dei dodo, estinti per malinconia.
Ci si affretta a nasconderle, o a tagliarle se ci si riesce. 


Una volta, una su mille, si vedono penne gigantesche, come quelle delle aquile dei sogni.

E lì cominciano i problemi.
Che si fa?
Si vola?
In fondo è a quello che servono le ali.
Se ci si lascia andare alla nostalgia del cielo, all'aria fresca che arrossa le gote, alla luce che non finisce mai, sarà difficile tornare indietro.

Le persone che amiamo, le cose che ci appartengono sono laggiù in basso e il volo è così bello che ci fa voglia di andar su , sempre più su.
Fino a sparire.

Brutta parola sparire.
Che fare?

Una soluzione, la più logica, la migliore forse, è quella di costruirsi delle gabbie.
Con le ruote, come i girelli pei bimbi dalle gambe non ancora salde.


Ci sono tre tipi diversi di gabbie.
Il primo ha sbarre di nebbia, una nebbiolina colorata tenuta insieme dalla mente.
Non è una gran gabbia.
Basta che la volontà si annacqui, basta un raggio d'alba e le sbarre si fanno farfalle di sogno.
Difficile non seguirle.

Il secondo tipo di gabbia ha sbarre di ferro.
E' grigio il ferro.
E triste, quasi come il dodo.
Quanto si può resistere? Un mese? Un anno?
Prima o poi ci daremo un gran daffare con lime e lame per metallo.
E unghie e denti, se non bastasse.

La gabbia migliore è quella del terzo tipo.
Una gabbia d'oro.
Ha anche un tetto, a forma di pagoda, sul quale spiccano statue di dei, santi, maestri, con occhi di smeraldo e labbra di rubino.

Andare in giro con la gabbia d'oro è bello.
La gente si ferma a guardarti, ammira le tue ali, e tu, ogni tanto le fai fremere, come la carne degli amanti.
basta un fremito sottile a far applaudire il pubblico.

La gabbia d'oro è bella.
Col tempo attratti dal luccichio e dalla vista di piume e penne, arrivano uccelli a frotte.

Corvi, canarini, piccioni e gazze imitatrici.
Fanno allegria.

Però devi cominciare a curar le sbarre e il tetto.
Devi ripulirli dal guano, lucidarli, e una goccia di profumo, dai, non ci sta mica male.

Le gabbie d'oro non hanno serrature, ma chi è che se ne vorrebbe volar via?

L'essenziale è mostrar le ali.
Far vedere che qualcuno ce le ha.
"Allora pure io potrei farcela! pure io potrei volare!", si dicono l'un l'altro gli spettatori.

Pian pianino la gabbia diventa la cosa più importante.
Nessuno alla fine si chiede se il pennuto che la porta a spasso abbia solcato gli spazi infiniti una volta, una volta almeno.

Non è importante.
l'importante sono i riflessi delle sbarre d'oro, le immagini divine che sorridono dal tetto, e i racconti di voli antichi.

Si insegna a muover le scapole, di tanto in tanto.
In alto in basso, di lato.
Si fanno ruotare per prepararsi a voli che alla fine non è che siano tanto desiderati.

Meglio la gabbia d'oro, meglio mostrar le penne nostre o altrui.

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Lo yoga è PRATICA.

Quello che conta è l'esperienza del volo.
Le belle letture, le teorie, la "dottrina" dovrebbero venir dopo.
Ci si riconosce nelle parole scritte da generazioni senza nome, e ci si sente meno soli, ché il volo è sempre solitario, è bello quando succede.
Sono belle anche le parole, e ci piace metterle insieme, spostarle, accarezzarle.
Son così belle che cominciamo a farne collezione, e le mettiamo una sull'altra.
Pile e pile di parole si innalzano.
Tra loro vicine.
Per tenerle insieme, facciamo tetti di libri e sopra i libri le statue degli autori.
Alla fine ci troviamo in un bell'universo, ordinato, preciso, tutto basato sul ricordo del volo.
Il dito che indica la luna non è la luna, si era usi dire un tempo.
Però a volte della luna sembra che non glie ne importi niente a nessuno.
Il dito va ad indicare il dito.
E se qualcuno chiama il dito LUNA scrolliamo le grandi ali soddisfatti.