venerdì 29 novembre 2013

ESSERE QUALCUNO

La nostra visione del mondo e delle cose è assai limitata.
La nostra vita è un film, lo si dice spesso, di cui ciascuno di noi è, nel contempo, regista e protagonista. 

Ma c'è anche un altro dettaglio: si gira tutto in "soggettiva". 




Se nei sogni, a volte, pur se evanescenti come la promessa di non bere fatta da un alcolizzato, appariamo insieme agli altri personaggi, nella vita di tutti i giorni non ci vediamo ed ascoltiamo mai.
Possiamo solo osservare la nostra immagine riflessa in uno specchio o sorprenderci del tono strano della nostra voce registrata, ma il nostro vero sguardo e la nostra vera voce non li ascoltiamo e vediamo mai.
Se siamo in dodici seduti in una stanza, ciascuno di noi vedrà 12 scene diverse.
Cambia la prospettiva: se Fabio è alla sinistra di Laura e Sandro alla sua destra, parlando di lei, nei loro successivi racconti, ne descriveranno due profili diversi.
Cambiano i personaggi:
Fabio vedrà gli altri 11 e non se stesso e così Sandro, e Laura e Andrea.
Osservazione ovvia e banale.
Ne è un'altra, altrettanta banale:
la visione del mondo di ciascuno di noi, dipende anche dall'ambito culturale ovvero dall'insieme di stimoli che si sono ricevuti in virtù dell'appartenenza ad una famiglia, a un ceto sociale, a una generazione, e questo, in aggiunta alla forzata differenza di prospettiva dovuta all'individualità, conduce alla creazione di una mitologia personale



Lo yoga è un Arte.
E come tutte le arti attinge, invece alla Mitologia universale, agli Archetipi.
La sostituzione di questi con simboli che hanno valore limitato ad ambiti più o meno ristretti è uno dei motivi delle difficoltà di comprensione.
Comprensione delle testimonianze altrui, comprensione degli insegnamenti antichi, comprensione di Sé.
Tempo fa ero a cena con Andrea Pagano e Ingrid la sua compagna.
Dopo una profonda meditazione sulle qualità organolettiche del Primitivo del Salento, Andrea ha cominciato a raccontare dei suoi nonni e bisnonni.
Storie degne di Conrad o di Corto maltese, con l'aggravante che non sono frutto di fantasia, ma sono vere, confermate da cronache, libri e nomi sulle lapidi.
Io, per non essere da meno, ho raccontato  della mia bisnonna, sposata con un ferroviere anarchico nella maremma del primo novecento.
Una vita di stenti.
Undici figli ha avuto e  sette sono morti di malaria.
A più di novantanni gridava e bestemmiava contro l'ingiusta morte che voleva portarsela via così giovane.
Sicuramente non è un esempio di yogico distacco, ma pensarci bene, il suo gridare, come la Desdemona di Shakespeare, "mezz'ora, mezz'ora ancora....un bacio un bacio ancora...", la sua speranza di godere per qualche istante in più, di un raggio di sole, del volo di un gabbiano o del cicaleccio dei bimbi  in strada, ci avvicinano ad uno dei segreti meglio custoditi della filosofia orientale.
Perché ci si incarna? 
Perché ci si getta nella catena del samsara, il ciclo delle rinascite?
La risposta è semplice:
perché la vita è meravigliosa.
Perché è quello, vivere, il Bello in Sé.
-"Non vedo differenza tra uomo e donna"- 
diceva Yeshe Dawa, la prima incarnazione di Tara 
-" Sono diversi come l'acqua dall'onda... E non vedo differenza tra Samsara e Nirvana"-
Amare la vita per ciò che è, un lampo di bellezza, è un segreto piccolo piccolo.



Ha detto un'altra cosa interessante Andrea.
Mi ha raccontato di un film sulla Tatcher che non ho visto, con Meryl Streep.
Pare che il personaggio dica, ad un certo punto: -" Mi pare che oggi ci sia un sacco di gente che vuole essere qualcuno. Ai miei tempi si pensava a fare qualcosa"-
Questo è un punto fondamentale.
Anche per lo Yoga.
Il desiderio di essere qualcuno è un ostacolo quasi insormontabile per il praticante, perché è  entrato così profondamente nell'immaginario collettivo ed  è stato così impregnato di valori positivi, da essere ormai invisibile.
Anche se si dice di scrivere e parlare di yoga per testimoniare o condividere, sotto sotto, in molti di noi, c'è il desiderio che venga riconosciuta la nostra non ordinarietà.
Ci si appropria di tecniche, idee, teorie elaborate da altri e le difendiamo a spada tratta come se fosse questione di vita o di morte,e ci amareggiamo quando il nostro dire o il fare, che riteniamo degno di plauso e sorrisi di approvazione, passa inosservato o è soggetto a critica.
Alla fine si passa più tempo a difendere opinioni nostre o altrui che a godere della vita.
Ci impegnamo di più a lottare contro chi sembra minacciare la nostra autostima che a godere della natura e del vario combinarsi di energie, colori ed emozioni.
Vogliamo sentirci bravi, indispensabili, autorevoli e non riusciamo a vedere che si tratta di un ostacolo, perché ci hanno insegnato che lo scopo  della vita è essere qualcuno



Nella mitologia individuale dei nostri tempi, l'eroe che va nel regno degli inferi e torna dopo aver catturato il daimon, viene sostituito da Valentino Rossi o Steve Jobs o Silvio Berlusconi.
Il metro di giudizio della validità di una pratica, è diventato il successo, planetario, o meno.
 Se si è degli sportivi professionisti o dei manager o dei politici va anche bene, ma nel cercare di seguire il percorso tracciato da Shankara, Patanjali o Buddha Shakyamuni il desiderio di "ESSERE QUALCUNO"  può diventare una catena di acciaio inossidabile.
Non è raro trovare, su internet, segnalazioni di corsi di Yoga, Meditazione, Mindfulness o Analisi dell'Enneagramma che promettono di far intravedere la via che porta al successo personale.
Va bene.
Va tutto bene, ma bisogna essere consci del fatto che lo Yoga, o il Taoismo, o lo Zen, pur non considerando assolutamente negativo il raggiungimento del successo personale, mettono in guardia contro la sua ricerca.
Credere di essere "Qualcuno", voler affermare a tutti costi la propria individualità, lottare per accrescere l'autostima, serve a pensare di essere unici, mentre ciò che è unico, invece, è questa vita, qui ed ora.
La vita umana è un'occasione, ed è maledettamente bella, come la Dea, con i capelli neri come l'ala del corvo, e gli occhi blu come il fiore di utpala.
Cercare di affermare la propria individualità porta a desiderare di essere "più qualcosa" degli altri e ad assumere atteggiamenti contraddittori che da un lato sono finalizzati all'ottenimento del favore altrui, dall'altro conducono a forme di protesta o di ribellione.
Il satanista che rovescia la croce e si scaglia contro il Dio della Bibbia, è un cattolico, che urla la propria volontà di essere riconosciuto diverso, originale, particolare. Solo un cattolico può essere un satanista.
Chi non lo è vedendo una croce rovesciata, può, al limite, spiacersi perché offende dei devoti, ma l'immagina non gli smuoverà niente.
Nessuna emozione particolare. 
Ogni volta che ci si allontana dalla vita o si cerca di cambiarla, si va sul sentiero della magia, intesa come tentativo di modificare la realtà.
Lo yoga non è magia.
La magia vuole mutare la realtà, lo yoga vuole penetrarla, con dolcezza.
Prima bisogna riconoscerla, poi spogliarla dei veli dell'illusione, e infine ci si può unire a Lei, nella danza senza fine della Vita. 



La morte è all'altro capo del filo della nascita.
Ma il filo è un trattino trascurabile.
Uno dei mille e mille fili che formano il tappeto, meravigliosamente decorato, dell'esistenza.
Autostima, ricchezza, successo sono considerati valori positivi, ma bisognerebbe analizzarli a mente fredda.
L'autostima ad esempio cosa è?
Il rapporto tra IO PERCEPITO e IO IDEALE.
E che accade se il mio IO IDEALE è Steve Jobs?
Che ne so delle sue emozioni, delle sue paure, dei desideri?
E' un nome legato a una mela.
Posso mitizzare le sue capacità imprenditoriali o il suo aver rivoluzionato il sistema delle comunicazioni.
Oppure posso criticarlo per aver rubato idee altrui, portando a prova la tecnologia militare degli anni sessanta, per esempio.
O, ancora posso più meno sinceramente, compatirlo, pensando che è uno che per tutta la vita ha lavorato per 12 ore al giorno per accumulare una fortuna che non si è goduto perché, pur non avendo fumato neppure una sigaretta in vita sua, è stato stroncato dal cancro.
Ma lui è comunque lui.
Il film della sua vita non potrò mai viverlo da protagonista.
Si parla continuamente di "vivere nel presente", ma poi si fanno continuamente dei piani per il futuro e si studiano le mosse per cercare di ottenere il successo e la considerazione altrui.
Si cerca di mutare la realtà.
Si cerca di "fare magia", e nel momento in cui la vita non risponde alle nostre aspettative, ai nostri progetti, ci arrabbiamo, ci deprimiamo, ci sentiamo abbandonati.
In fondo siamo solo dei maghi frustrati e un po' idioti così impegnati nella ricerca della considerazione altrui da non vedere i tesori che ci passano vicino.
Basterebbe allungare la mano per essere felici, ma non ne siamo capaci.
Preferiamo vivere nel desiderio di essere qualcuno e nella paura della morte nostra e delle persone che amiamo.
Morte non vista come un passaggio di stato, ma come la fine della nostra individualità, delle nostre possibilità di successo e di affermazione.
Sono migliaia di anni che upanishad e derivati ci dicono che i nemici dell'uomo sono il MIO e l'IO e noi siamo ancora qui, a chiamarci yogin e a a cercare l'affermazione personale, arrabbiandoci se non vengono riconosciute le qualità che "noi" attribuiamo alla "nostra" presunta, meravigliosa individualità.

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